Morte di Davide Astori, il giudice: «Galanti fabbricò un documento falso»
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Redazione Sport
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La vicenda giudiziaria legata alla scomparsa di Davide Astori, il capitano della Fiorentina morto il 4 marzo 2018 nell’hotel di Udine dove la squadra era radunata per la trasferta prepartita, ha aggiunto un altro capitolo – denso di conseguenze penali – con la pubblicazione delle motivazioni della sentenza emessa in primo grado lo scorso 13 giugno 2025. In quel frangente, il tribunale di Firenze aveva condannato il professor Giorgio Galanti, all’epoca direttore della Medicina dello sport a Careggi, a un anno di reclusione per falso ideologico. La stessa pena, per il medesimo reato, era stata inflitta alla dottoressa Loira Toncelli e al professor Pietro Amedeo Modesti, quest’ultimo accusato anche di “distruzione di atto vero”. Ora, i giudici hanno messo nero su bianco le ragioni di quella condanna, e il quadro che ne emerge è tutt’altro che sfuocato.
Un certificato costruito ad arte per deviare le indagini
Secondo quanto si legge nelle motivazioni depositate, Galanti – che già si trovava “sotto l’attenzione dell’autorità giudiziaria” per un’altra inchiesta, quella conclusa con una condanna definitiva per omicidio colposo sempre legata alla morte di Astori – non avrebbe esitato a mettere in piedi una falsificazione documentale. Scrivono i magistrati: “Non ha esitato a fabbricare un documento falso per addurre elementi a suo favore”. Un passaggio, questo, che i giudici hanno voluto sottolineare con particolare asprezza, perché evidenzia un’azione compiuta non solo in violazione della legge, ma mentre l’indagine era ancora in corso. Galanti, insomma, avrebbe coinvolto nella realizzazione della condotta illecita i due “impiegati apicali” del reparto di Medicina dello sport dell’azienda ospedaliera di Careggi, cioè Toncelli e Modesti.
La seconda inchiesta e il falso ideologico come reato autonomo
Va ricordato che questa non è la prima condanna per Galanti. Il medico pratese era già stato giudicato – e in via definitiva – a un anno per omicidio colposo, sempre in relazione alla morte del difensore viola. Ma il procedimento che ha portato alla sentenza del 13 giugno 2025 riguarda un episodio distinto: la produzione di un referto medico rivelatosi poi un artefatto. Un certificato, spiegano i giudici, che Galanti avrebbe “fabbricato” con lo scopo preciso di procurarsi elementi difensivi da utilizzare nel corso delle indagini. Non una semplice negligenza, dunque, ma un atto deliberato di falsificazione ideologica, aggravato dal fatto di aver trascinato nella propria condotta anche i due colleghi, i quali hanno a loro volta ricevuto una condanna a otto mesi.
La posizione di Modesti e l’accusa di distruzione di atto vero
Tra i tre condannati, la posizione di Pietro Amedeo Modesti appare la più articolata, se non altro sul piano delle imputazioni. A lui, infatti, non si contesta solo il falso ideologico – come a Galanti e Toncelli – ma anche la “distruzione di atto vero”. I giudici non hanno ancora dettagliato nelle motivazioni rese pubbliche quali documenti siano stati materialmente distrutti o fatti sparire, ma l’accusa, per come formulata, suggerisce un’azione ulteriore rispetto alla semplice invenzione di un referto. Si tratterebbe, insomma, della volontà di cancellare una traccia documentale preesistente, forse scomoda, per sostituirla con una versione artefatta dei fatti. Un comportamento che, se provato, aggrava ulteriormente il quadro della responsabilità penale.
Un capitolo ancora aperto nella memoria della tragedia
La morte di Davide Astori, avvenuta mentre riposava nella sua camera d’albergo alla vigilia di Udinese–Fiorentina, è stata una ferita profonda per il calcio italiano. Da allora, le indagini si sono sviluppate su più fronti: da un lato le cause naturali del decesso (un’aritmia fatale legata a una cardiomiopatia), dall’altro la condotta dei medici che avevano rilasciato negli anni precedenti i certificati di idoneità sportiva. La condanna per omicidio colposo a Galanti era già arrivata al termine di un primo troncone processuale. Ora, con queste motivazioni sul falso ideologico, il tribunale di Firenze ha voluto rimarcare con nettezza un principio: nemmeno la pressione di un’indagine penale – nemmeno la volontà di difendersi da un’accusa gravissima – può giustificare la costruzione consapevole di un atto falso. E l’averlo fatto coinvolgendo figure apicali della struttura sanitaria rende, agli occhi dei giudici, la condotta ancora più riprovevole.




