L'ospedale Careghi condannato a risarcire la famiglia di Davide Astori
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Redazione Interno
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La vicenda giudiziaria legata alla scomparsa di Davide Astori, il capitano della Fiorentina spentosi nel sonno durante un ritiro a Udine nel marzo 2018, ha conosciuto un suo epilogo sul fronte del risarcimento dei danni, pur lasciando intatto, per chi lo ha amato, un solco di dolore e di ricordi. L’azienda ospedaliera universitaria Careggi di Firenze, infatti, è stata definitivamente condannata a versare ai congiunti del calciatore la somma di un milione e centomila euro, una decisione che scaturisce, come un fiume carsico che riaffiora, dalla sentenza della Corte di Cassazione e che segue la condanna penale già inflitta al medico sportivo che ne aveva in cura il cuore.
Il percorso giudiziario e la responsabilità sanitaria
La trama processuale, che ha impegnato i tribunali per anni, si è dipanata attraverso gradi di giudizio differenti, ciascuno dei quali ha contribuito a delineare i contorni di una responsabilità che, pur non intaccando la memoria professionale e umana del sanitario coinvolto, ne ha riconosciuto gli aspetti di colpa. Il professor Giorgio Galanti, all'epoca dei fatti direttore sanitario di Medicina dello Sport presso la struttura fiorentina, aveva già visto confermata in Cassazione la condanna a un anno di reclusione per omicidio colposo, con la pena però sospesa, una decisione che, di riflesso, ha reso inevitabile la pronuncia sul risarcimento in favore degli eredi. La cifra, ingente, è destinata a coloro che portano il peso di quell'assenza: la compagna Francesca Fioretti, la figlia Vittoria – all'epoca solo una bambina –, i genitori e i fratelli di Astori, ai quali il sistema giudiziario ha riconosciuto il diritto a un indennizzo per la perdita patita.
Le dinamiche dell'iter risarcitorio
L’ammontare del risarcimento, che supera il milione di euro, non è stato stabilito in un'unica fase, ma ha seguito un iter articolato, nel quale l'ospedale ha già provveduto a versare una provvisionale di quasi un milione e novantamila euro in attesa della liquidazione definitiva. Questo passaggio, per quanto tecnico, sottolinea come la macchina della giustizia civile si sia mossa di concerto con quella penale, cercando di dare una risposta – seppur meramente economica e quindi inevitabilmente parziale – a una domanda di giustizia che travalica il semplice dato finanziario. La sentenza, in sostanza, sancisce un nesso di causalità tra l'attività di controllo medico e l'evento fatale, un arresto cardiaco dovuto a una cardiomiopatia aritmogena che non era stata identificata, stabilendo così un principio di responsabilità per l'ente sanitario.
Il silenzio dopo sette anni
A distanza di sette anni da quella notte di inizio marzo, il caso giudiziario può considerarsi chiuso, mentre resta aperto, e tale rimarrà, lo spazio del lutto privato di una famiglia e del ricordo collettivo del mondo dello sport. La condanna civile all'ospedale Careggi rappresenta l'ultimo atto formale di una lunga battaglia legale, una pagina amara che si aggiunge alla triste cronaca nera dello sport italiano, trattata sempre con il dovuto rispetto per la vittima e i suoi cari, senza scadere in inutili e dolorosi sensazionalismi. Quel che resta, oltre alle cifre dei verbali e delle sentenze, è la figura di un uomo e di un atleta ricordato per la sua serietà e il suo esempio, una memoria che nessuna sentenza, per quanto definitiva, potrà mai compensare appieno.




