Elezioni in Ungheria, la sfida di Magyar a Orbán e il nodo ucraino che blocca l’Ue

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Péter Magyar, un tempo fedelissimo alleato del premier uscente Viktor Orbán e oggi alla guida del partito Tisza fondato appena nel 2024, si presenta alle urne di domenica con un dato che i sondaggi più accreditati definiscono in netto vantaggio, oscillante attorno al 39% delle preferenze contro il 30% del Fidesz, sebbene una fetta consistente di indecisi – che si aggira sul 21% – renda l’esito tutt’altro che scontato. Questa tornata elettorale, che per la prima volta dal 2010 mette in seria difficoltà l’uomo che ha ridisegnato le istituzioni ungheresi in chiave illiberale, si configura come un referendum implicito non solo sulla gestione economica interna – segnata da inflazione galoppante e stagnazione – ma soprattutto sull’isolamento internazionale di Budapest all’interno dell’Unione Europea. Il leader del Tisza, che ha rotto con Orbán proprio denunciando pubblicamente casi di corruzione e un’eccessiva concentrazione del potere nelle mani di una ristretta cerchia oligarchica, capitalizza il malcontento popolare proponendo un netto riallineamento con Bruxelles, laddove il suo avversario promette invece una resistenza sempre più ostile alle direttive comunitarie.

Il bivio europeo tra sovranismo e integrazione

Ciò che è realmente in gioco domenica è la coerenza della politica estera dell’Unione in un momento storico particolarmente delicato, visto che Budapest, sotto la guida di Orbán, ha funto da ago della bilancia o, a seconda dei punti di vista, da fronda sistematica contro ogni iniziativa volta a sostenere Kiev. Mentre Magyar promette di sbloccare i fondi comunitari congelati e di abbandonare la strategia del veto sistematico, il Fidesz ha invece intensificato la retorica anti-Ucraina come strumento di mobilitazione della propria base elettorale, un tema che sembra aver sostituito la tradizionale critica a Bruxelles. Una recente inchiesta condotta dall’European Council on Foreign Relations rivela però un paradosso di fondo: nonostante la narrazione governativa, due terzi degli ungheresi dichiarano di fidarsi dell’Unione, e una larga maggioranza – inclusa una fetta consistente degli stessi elettori di Orbán – chiede un approccio meno conflittuale nei rapporti con le istituzioni europee. Questo scollamento tra la propaganda del governo e il sentimento popolare rappresenta la principale vulnerabilità del premier uscente, che negli ultimi anni ha costruito la sua egemonia anche sulla demonizzazione di Bruxelles.

La guerra sporca delle grandi potenze e il nodo del gasdotto

La posta in palio, tuttavia, trascende i confini nazionali, attirando l’attenzione di attori globali che vedono nell’Ungheria un avamposto strategico per indebolire il consenso occidentale. La circostanza che la rielezione di Trump non sia più una novità giornalistica non diminuisce l’importanza del sostegno che il presidente americano, insieme a Putin e Xi, sta offrendo a Orbán, con il vicepresidente J.D. Vance apparso di recente a Budapest per una visita che molti osservatori hanno definito un vero e proprio intervento elettorale a favore del Fidesz. Sul fronte opposto, Ursula von der Leyen ha dovuto operare una complessa mediazione, rimandando decisioni cruciali come il dossier sull’allargamento dell’Unione e l’ispezione tecnica al gasdotto Druzhba, infrastruttura vitale per l’approvvigionamento energetico ungherese che trasporta petrolio russo attraverso l’Ucraina. Proprio il bombardamento di questo oleodotto, oggetto di recenti scaramucce diplomatiche tra Orbán e Zelensky, è diventato il pretesto utilizzato da Budapest per bloccare un prestito da 90 miliardi di euro destinato a Kiev, dimostrando come il ricatto energetico sia ormai un’arma consueta nella strategia ostruzionista del governo magiaro.

La frattura interna sull’aiuto a Kiev

Se Magyar dovesse prevalere, Bruxelles si troverebbe davanti a un’interlocutore certamente più malleabile, ma gli analisti avvertono che non bisogna attendersi un voltafaccia radicale sulla questione ucraina. Le rilevazioni demoscopiche mostrano infatti come anche l’elettorato del Tisza sia profondamente diviso riguardo all’invio di ulteriori aiuti finanziari a Kiev o all’ingresso di quest’ultima nell’Unione, segno che il nazionalismo economico e una certa diffidenza verso l’Est Europa permeano trasversalmente la società ungherese. Un sondaggio dell’Istituto IDEA rivela che, se per i sostenitori di Fidesz l’Ucraina è percepita come un “avversario” (62%), tra gli elettori di Magyar la percentuale di chi sostiene l’ingresso di Kiev nell’Ue si ferma al 50%, con una larga fetta di contrari. Per il nuovo movimento di opposizione, quindi, la priorità immediata non sarà tanto ribaltare la politica estera da un giorno all’altro, quanto piuttosto risanare un’economia domestica devastata dall’inflazione e restituire credibilità a istituzioni che, dopo sedici anni di governo Orbán, hanno visto erosi i propri contrappesi democratici.

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