Le donne che hanno riscritto la storia del calcio, tra sacrifici e doppiette
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Redazione Sport
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Mentre l’entusiasmo per la storica semifinale degli Europei riempie le pagine dei giornali, è impossibile non guardare indietro, a quel percorso fatto di ostacoli, indifferenza e battaglie silenziose che hanno portato il calcio femminile dove oggi si trova. Le azzurre, guidate da una Cristiana Girelli in stato di grazia, hanno regalato al Paese un’emozione che va oltre il risultato sportivo: è la rivalsa di chi, per decenni, è stato costretto a lottare anche solo per il diritto di esistere.
Quella che si è consumata sul campo è stata una partita destinata a rimanere negli annali, non solo per il punteggio ma per il simbolo che rappresenta. Girelli, con la sua doppietta da fuoriclasse, ha incarnato l’essenza di una squadra che non ha mai smesso di crederci, nonostante tutto. A 35 anni, la capitana ha dimostrato che il talento non ha età, e che la leadership si misura in gol e sacrifici, non in parole. La sua maglia numero 10, la fascia al braccio, sono diventati il filo rosso che unisce questa impresa a quelle del passato, quando il calcio femminile era ancora un fenomeno di nicchia, guardato con sufficienza persino da chi lo sport lo viveva dall’interno.
Andrea Soncin, il ct che ha guidato la squadra fino a questo traguardo, entra di diritto nella storia. L’ultima semifinale risaliva al 1997, un’epoca in cui le strutture, gli stipendi, l’attenzione mediatica erano un’utopia. Oggi, mentre l’Italia si riscopre innamorata della Nazionale, è doveroso ricordare chi, in quegli anni, ha giocato senza luce sui campi, senza tifosi sugli spalti, spesso senza neppure il riconoscimento delle stesse istituzioni calcistiche.




