Torun, il giorno in cui l’atletica italiana ha riscritto la storia al coperto

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Redazione Sport Redazione Sport   -   La ventiduesima edizione dei mondiali indoor, conclusasi domenica 22 marzo nella polacca Torun, resterà a lungo negli annali dello sport italiano non tanto per il luogo, quanto per la portata di un successo che ha spostato decisamente in avanti gli equilibri di una disciplina, quella dell’atletica leggera, tradizionalmente abituata a inseguire. La spedizione azzurra, capitanata dal direttore tecnico Antonio La Torre, ha fatto centro con un bottino di cinque medaglie – tre d’oro e due d’argento – che rappresenta il massimo risultato di sempre per l’Italia in una rassegna iridata al coperto, superando ogni precedente raccolta in ventuno edizioni passate. Un dato, questo, che acquista una risonanza quasi storica se lo si incrocia con un altro primario: eguagliare, infatti, il numero di ori ottenuti in tutti i ventuno campionati del mondo all’aperto disputati fino a oggi, un primato che apparteneva solo a Roma 1987.

L’oro come abitudine, tra sprint e mezzofondo

A trascinare il gruppo verso questo primato ci hanno pensato tre interpreti di spessore internazionale, capaci di trasformare la pressione in slancio. C’è Zaynab Dosso, che sulla distanza regina dei 60 metri ha completato un percorso di crescita iniziato con il bronzo a Glasgow 2024 e proseguito con l’argento a Nanchino 2025; a Torun la velocista delle Fiamme Azzurre ha toccato l’apice, siglando il crono di 7.00 e staccando di un soffio la statunitense Jacious Sears e l’olimpionica Julien Alfred, regalando all’Italia un Titolo che mancava in una specialità così esplosiva. Poco dopo, è toccato a Nadia Battocletti imporsi nei 3000 metri con una rimonta degna dei suoi standard; la mezzofondista, reduce da un periodo complesso segnato dalla conclusione degli esami universitari e dalla fine del Ramadan avvenuta appena due giorni prima, ha gestito una gara caotica – caratterizzata da una caduta della campionessa uscente Freweyni Hailu a metà percorso – per poi piazzare un allungo decisivo sul rettilineo finale, chiudendo in 8:57.64 e interrompendo un digiuno che per l’Italia in questa specialità durava dal 1985. Il terzo sigillo, infine, porta la firma di Andy Diaz nel salto triplo; l’azzurro ha impresso la sua egemonia con la misura di 17,47 metri, confermando quella superiorità tecnica che lo aveva già reso protagonista nel circuito internazionale.

L’argento dei sogni, tra vomito e lacrime di gioia

A fare da contraltare a queste prestazioni dominanti ci hanno pensato due argenti, entrambi maturati in pedana e carichi di una tensione quasi romanzesca. Mattia Furlani, nel salto in lungo, ha vissuto una notte da incubo prima della finale: un malessere fisico, da lui stesso descritto come “un lago di vomito”, ha rischiato di compromettere la gara. Il campione, nonostante le condizioni precarie, ha comunque messo insieme una serie di salti di altissimo livello, arrivando a toccare gli 8,39 metri e tenendo il comando fino all’ultimo tentativo. A negargli la gioia più grande ci ha pensato il portoghese Pedro Baldé, capace di strappare l’oro con un ultimo balzo da 8,46 metri, un sorpasso al fotofinish che ha lasciato l’azzurro a meditare su quanto di buono, comunque, fosse riuscito a esprimere nonostante l’emergenza fisica.

L’altra medaglia d’argento porta il nome di Larissa Iapichino, che nel lungo ha fermato la misura a 6,87 metri. Un risultato, il suo, che assume contorni particolari alla luce del confronto generazionale che da sempre la accompagna: figlia di Fiona May, due volte iridata e due volte argento olimpico, Iapichino ha raccontato come superare i record della madre non sia tanto un’ossessione, quanto piuttosto “un’estensione, un passaggio” che terrebbe la sfida all’interno delle mura domestiche. Il ritorno a casa, con la consapevolezza di aver aggiunto una medaglia “speciale” alla collezione, rappresenta per lei la conferma di un percorso di crescita che l’ha vista ormai stabilizzarsi ai vertici mondiali della specialità.

La Torre e la nuova geografia dell’atletica

A commentare questa mole di successi, negli studi di Sprint Zone, è intervenuto lo stesso Antonio La Torre, direttore tecnico che da anni lavora dietro le quinte per costruire una nazionale competitiva. Le sue parole, seppur misurate, hanno restituito la dimensione di quanto accaduto in Polonia: un’edizione storica non solo per il numero di medaglie, ma per la consapevolezza che l’Italia si è confermata tra le grandi potenze dell’atletica mondiale. Una considerazione che trova fondamento nei numeri, ma anche nella capacità di rispondere presente nelle situazioni più critiche, come dimostrato dalle notti insonni di Furlani o dalla lucidità tattica di Battocletti in mezzo a una corsa diventata improvvisamente pericolosa. L’impressione, maturata guardando i podi di Torun, è quella di una nazionale che ha smesso di guardare agli altri con soggezione per iniziare a farsi guardare, e i risultati parlano chiaro: cinque medaglie, tre ori, e un’eredità pesante da gestire per chi, come il dt, dovrà confermare questo livello di eccellenza anche all’aperto.

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