Zaynab Dosso e Nadia Battocletti riscrivono la storia dell’atletica italiana ai Mondiali indoor di Torun

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Redazione Sport Redazione Sport   -   C’è stato un momento, nel caos di una gara diventata subito fisica e tattica, in cui Nadia Battocletti ha smesso di pensare al digiuno appena concluso, alla coscia infiammata che i compagni di squadra, ormai, chiamavano “tape woman”, e a quelle ripetute serali a Padova che invece di correre in 2’50” scendevano in 3’20”. Ha iniziato a muoversi, a “danzare nel caos” – è la sua definizione – e ha preso l’oro mondiale nei 3.000 metri. È il primo Titolo per un’azzurra su questa distanza, in una specialità dove l’Italia al femminile non saliva sul gradino più alto del podio mondiale da oltre quindici anni. E se la trentina ha costruito la sua rimonta sulla capacità di restare lucida mentre attorno a lei cadevano le avversarie, Zaynab Dosso ha scelto la via opposta: la linea retta. Ventiquattr’ore prima, la velocista nata in Costa d’Avorio ma cresciuta a Reggio Emilia ha chiuso la verticale dei 60 metri in 7 secondi netti, lasciandosi dietro niente meno che la campionessa olimpica Julien Alfred, fermata in 7”03. la spedizione azzurra a Torun si chiude con un bilancio che non ha precedenti: tre ori e due argenti, un bottino che racconta di una nazionale capace di reggere il confronto con le potenze storiche. Per Dosso si tratta della consacrazione dopo un percorso di crescita costante iniziato con il bronzo a Glasgow nel 2024 e proseguito con l’argento a Nanchino lo scorso anno. La 26enne ha spiegato che il vero cambio di passo è arrivato dopo l’appuntamento iridato a Tokyo: “Mi sono seduta con Giorgio – il mio allenatore – e abbiamo deciso di cambiare tutto. Mi ha fatto uscire dalla zona di comfort”. Quel percorso interiore, fatto anche di lavori a Tenerife e di un approccio mentale rinnovato, l’ha portata a dominare una finale in cui non ha lasciato spazio alle avversarie: “Mi sono detta: parti e arrivi, senza pensare troppo”.

Il digiuno, gli esami e la rivincita sui centesimi

La storia di Nadia Battocletti nei giorni precedenti la finale racconta invece di un’atleta che ha rischiato di non partire nemmeno. La preparazione era stata condizionata pesantemente dal Ramadan, concluso praticamente quarantott’ore prima della gara: “Ho fatto lavori importanti al palaindoor di Padova, ma la sera, e arrivavo già in difficoltà. Sentivo che il non reggeva”. La frustrazione era tale che fino alla settimana scorsa l’azzurra ripeteva che “così non aveva senso partire”. La svolta è arrivata dalla famiglia: “Papà e mamma mi hanno detto di provarci, che quando avrei ripreso a mangiare sarei stata meglio”. Lo staff tecnico, con Fabio Diana e Pierluigi Fiorella, l’ha letteralmente coccolata, mentre la psicologa Elisabetta ha lavorato su un’atleta che “in quel momento non aveva fiducia in sé stessa”.

A questi elementi si è aggiunta una complicazione fisica: una infiammazione alla coscia talmente seria da non volerne nemmeno conoscere la diagnosi per non fissarsi mentalmente. La soluzione è stata trovata con il tape, una protezione che le ha permesso di correre senza peggiorare la situazione. Quando è scesa in pista per la finale, Battocletti sapeva di avere una sola possibilità: stare dentro la gara, leggere gli sviluppi, colpire al momento giusto. L’ha fatto con una progressione finale che ha definito “folle”, capace di mettere alle spalle le delusioni dei secondi posti per centesimi che avevano costellato la sua carriera recente. “Dopo tutte le montagne di allenamento, sembra pazzesco riuscire a correre a questo livello indoor”, ha detto.

L’ombra dei commenti e il valore di un movimento che cresce

A pochi minuti dalla vittoria, mentre l’Italia gioiva per un’atleta che aveva appena regalato un titolo storico, sui social sono comparsi decine di commenti razzisti. Una sequenza squallida di messaggi che prendevano di mira proprio il fatto che la mezzofondista trentina avesse concluso il Ramadan da un giorno. Nulla di nuovo, nel panorama tossico dei social network, ma la tempistica ha messo in evidenza il paradosso: mentre Battocletti spiegava la fatica quasi insostenibile vissuta durante il digiuno, e il valore del supporto familiare nel superarla, anonimi odiatori sceglievano di colpire proprio l’elemento identitario che rende la sua impresa ancor più straordinaria.

Il movimento dell’atletica italiana, comunque, esce da questi Mondiali con una consapevolezza nuova. A Torun, oltre ai titoli di Battocletti e Dosso, si è messo in luce Andy Diaz Hernandez nel salto triplo, mentre Mattia Furlani e Larissa Iapichino hanno conquistato due argenti nel lungo, entrambi battuti da portoghesi in giornate di grazia. Per Iapichino si tratta della prima medaglia in una competizione internazionale di questo livello: “Ho pensato per un po’ di avere una sorta di maledizione con i Mondiali perché succedeva sempre qualcosa, ma stavolta nonostante qualche imperfezione sono riuscita finalmente a raggiungere l’obiettivo del podio”. Furlani, costretto a fare i conti con un problema di salute alla vigilia, ha comunque eguagliato il suo personale a 8.39, confermandosi ai vertici mondiali.

E mentre Battocletti, ormai proiettata verso la stagione all’aperto, annuncia l’intenzione di puntare al record europeo sui 5.000 metri al Golden Gala di Roma -7, il messaggio che arriva da questa spedizione polacca è chiaro: l’Italia dello sprint e del mezzofondo non chiede più il permesso di entrare nell’élite mondiale. Lo pretende, con i fatti.

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