Verini (Pd): «I licenziamenti di Giuli sono una guerra di potere dentro la destra»

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La vicenda che ha scosso il ministero della Cultura nelle ultime ore, con l’improvviso azzeramento dei vertici dello staff da parte del titolare Alessandro Giuli, non è – stando almeno alla ricostruzione offerta da un esponente di spicco dell’opposizione – un semplice rimpasto tecnico o un banale aggiustamento fiduciario. «Questa vicenda si inquadra, secondo me, in una lotta di potere, perché non è un normale avvicendamento di persone che hanno rapporti fiduciari, no», ha dichiarato senza mezzi termini il senatore del Partito Democratico Walter Verini, intervenuto a Start su Sky TG24. Per Verini, insomma, la decisione del ministro di dare il benservito a due figure chiave legate a doppio filo con Fratelli d’Italia rappresenterebbe piuttosto lo spaccato di una frattura interna, una «guerra di potere che riguarda Fratelli d’Italia come epicentro, ma che riguarda questa destra».

Un siluramento annunciato dai decreti

A innescare la bufera, d’altronde, è stata una manovra a dir poco netta: con un tratto di penna, Giuli ha deciso di rimuovere la segreteria particolare Elena Proietti e il responsabile della segreteria tecnica, Emanuele Merlino. Quest’ultimo, in particolare, era considerato un uomo di fiducia del sottosegretario Giovanbattista Fazzolari, figura influente nell’orbita della presidente del Consiglio; né va dimenticato, a proposito della segretaria particolare, che la sua posizione era storicamente salda all’interno degli equilibri del partito di maggioranza. Due revoche, quelle firmate dal ministro, che hanno immediatamente fatto gridare allo strappo, alimentando un clima di sospetto già nell’aria da settimane. Non c’è voluto molto, quindi, perché la notizia finisse sulle prime pagine dei quotidiani, complice la rivelazione del Corriere.

La convocazione a Palazzo Chigi e la "piena sintonia"

Alessandro Giuli, però, non ha lasciato che la polvere si depositasse senza intervenire. Poche ore dopo il siluramento dei suoi due stretti collaboratori, il ministro della Cultura si è presentato a Palazzo Chigi, dove è rimasto circa un’ora. Il suo arrivo, avvenuto attorno alle 15.15, ha preceduto di pochi minuti quello della presidente del Consiglio Giorgia Meloni: un dettaglio temporale, quest’ultimo, che ha subito alimentato le interpretazioni più diverse. Giuli, stando a quanto filtra dagli ambienti governativi, avrebbe chiesto e ottenuto un faccia a faccia con la premier per sciogliere ogni possibile equivoco. E nel comunicato ufficiale diffuso da fonti di Palazzo Chigi si legge – con una formula studiata per spegnere ogni polemica – che «negli ultimi giorni si sono susseguite voci e ricostruzioni giornalistiche volte a mettere in discussione la credibilità dell’operato dell’Esecutivo, facendo leva su presunte divergenze di opinione» fra il ministro, la presidente del Consiglio e altri esponenti del governo. Ricostruzioni che le stesse fonti definiscono «prive di fondamento».

Guerra di potere o mero riassetto? Lo sguardo dell’opposizione

Sull’altro versante politico, però, il dubbio resta intero. Verini, nel suo intervento televisivo, ha insistito sulla natura non fisiologica della vicenda: «Non è un normale avvicendamento di persone che hanno rapporti fiduciari, no, quindi è una guerra di potere». Il senatore democratico ha così respinto l’idea che si tratti di un semplice cambio di ruoli all’interno di una compagine omogenea, preferendo inquadrare i fatti come un episodio rivelatore di tensioni profonde – quelle che riguardano l’area di Fratelli d’Italia, ma piuttosto l’intera galassia della destra di governo. Lo stesso Giuli, del resto, al termine dell’incontro con Meloni ha voluto ribadire, attraverso una nota, che esiste «piena sintonia all’interno dell’azione di Governo». Parole che, per quanto solenni, non hanno però impedito a qualcuno di chiedersi perché un ministro, per licenziare due dei suoi, abbia sentito il bisogno di presentarsi di persona a Palazzo Chigi.

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