Salvini alla Biennale tra i cori siberiani e la sfida a Giuli sul padiglione russo
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Interno
-
VENEZIA. Un benvenuto gelido solo nell’origine geografica, ma politicamente caldo come la polemica che lo ha preceduto. Quando il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Matteo Salvini, ha varcato la soglia del padiglione della Federazione Russa ai Giardini della Biennale, è stato accolto dalle note di un tradizionale canto siberiano, eseguito dal vivo dall’Ensemble Toloka. La performance, che ha segnato l’ultimo giorno di apertura fisica dello spazio artistico prima della chiusura al pubblico prevista per il giorno successivo, ha trasformato la visita del vicepremier in un event mediatico destinato a riverberare ben oltre i confini della kermesse. Da domani, infatti, l’accesso non sarà più consentito, e le esibizioni verranno proposte ai visitatori esclusivamente attraverso la riproduzione video di queste giornate di preapertura. Ma il vero spettacolo, a guardar bene, si è consumato fuori dal padiglione; oppure, come in questo caso, dentro ma con la consapevolezza che ogni gesto – dalla stretta di mano della commissaria Anastasia Karneeva alla scelta del repertorio folkloristico – assume i contorni di una presa di posizione.
La “Biennale del Dissenso” e l’ombra della guerra ibrida
Non si placa, intanto, la protesta di chi vede nell’apertura della Russia alla 61esima Esposizione Internazionale d’Arte una operazione di “soft power” in piena regola. Il 9 maggio, data simbolo che coincide con la Giornata dell’Europa, alcune realtà associative tra cui Europa Radicale e Arts Against Aggression hanno organizzato la cosiddetta “Biennale del Dissenso”. Un corteo, partito dal Ponte della Paglia diretto ai Giardini, per denunciare quella che definiscono una strumentalizzazione della cultura da parte del regime di Vladimir Putin. La vicepresidente della Commissione europea, Henna Virkkunen, nel confermare l’invio di una seconda lettera di messa in mora alla Fondazione, è stata chiara nel definare paradossale la coincidenza: la Giornata dell’Europa non può trasformarsi in una vetrina per Mosca. L’esecutivo Ue sospetta una violazione delle sanzioni, in particolare per quanto riguarda il sostegno economico indiretto che la partecipazione russa potrebbe generare, arrivando a minacciare la sospensione di finanziamenti biennali per due milioni di euro, che la Biennale rischia di perdere se non dovesse dimostrare il rispetto delle clausole etiche.
Lo scontro istituzionale e il “caso Buttafuoco”
In questo clima di tensione internazionale si inserisce, inevitabilmente, la schermaglia interna alla maggioranza di governo. Salvini, una volta giunto in Laguna, non ha esitato a gettare benzina sul fuoco del contendere che oppone il presidente della Fondazione La Biennale, Pietrangelo Buttafuoco, al ministro della Cultura, Alessandro Giuli. “Continuo a ritenere che Pietrangelo Buttafuoco abbia ragione”, ha dichiarato il vicepremier, schierandosi apertamente contro il collega di governo. La posizione di Giuli, che ha criticato l’apertura ai russi e la cui assenza all’inaugurazione è stata notata, è apparsa così scavalcata dall’ala più “realista” dell’esecutivo. Salvini ha poi ribadito il concetto secondo cui l’arte – come lo sport – dovrebbe restare esente dai conflitti, visitando non solo il padiglione conteso ma anche quelli statunitense, israeliano e cinese, in una sorta di perlustrazione diplomatica fatta di installazioni e cori.
L’albero “Radicato nel cielo” e la visita di 25 minuti
Nel dettaglio della visita, durata circa venticinque minuti, Salvini ha ascoltato le esibizioni musicali curate dal collettivo Toloka, apprezzando l’allestimento centrale del padiglione che prende il nome dall’installazione “Radicato nel cielo”, un imponente albero situato al centro della sala del piano superiore. Nonostante l’esclusione ufficiale della Russia dal catalogo della Biennale – un’assenza giustificata dalla direzione per evitare strumentalizzazioni – lo spazio ha funzionato a pieno regime durante i giorni di preapertura, offrendo agli ospiti (e al ministro) non solo arte ma anche ristori gratuiti come prosecco e vodka. “La mia speranza è che dopo quattro anni di conflitto si vada al tavolo”, ha commentato Salvini uscendo, mentre fuori dai Giardini la polizia gestiva la presenza di contestatori, compreso un blitz delle Pussy Riot nei giorni precedenti, a testimonianza di come l’arte, in questo frangente, sia solo il pretesto per una partita molto più grande.




