La Cina riconosce 12 nuove professioni e porta l’intelligenza artificiale tra i banchi di scuola
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Redazione Economia
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Mentre il mercato del lavoro globale cerca di adattarsi alla trasformazione tecnologica, la Cina ha deciso di muoversi su un doppio binario: da un lato, riconoscendo ufficialmente una serie di nuove professioni legate alle industrie emergenti; dall’altro, investendo in modo massiccio sull’educazione all’intelligenza artificiale, con l’obiettivo dichiarato di formare le nuove generazioni e, allo stesso tempo, regolare l’impatto dell’automazione sui rapporti di lavoro.
Il ministero delle Risorse umane e della Previdenza sociale ha recentemente annunciato l’introduzione di 12 nuove figure professionali, mentre a livello scolastico e giudiziario si stanno definendo i contorni di un rapporto, quello tra umani e macchine, che si fa sempre più stretto e complesso.
Dodici nuove professioni per un’economia in transizione
L’avviso del ministero delle Risorse umane e della Previdenza sociale, diffuso nei primi giorni di luglio, ha ufficializzato l’intenzione di ampliare la classificazione nazionale delle professioni per rispondere alle esigenze di un’economia in rapida evoluzione. Tra le nuove figure spiccano ingegneri dei gemelli digitali, tecnici dei robot a intelligenza incarnata e analisti dei dati sportivi, una gamma che riflette la crescente diffusione delle tecnologie digitali nei settori più disparati.
Non si tratta solo di creare nuove professioni ex novo, ma anche di aggiungere specializzazioni a ruoli già esistenti: operatori della logistica a bassa quota, sviluppatori di agenti di intelligenza artificiale, ispettori dei veicoli a nuova energia e progettisti di ristrutturazioni a misura di anziani sono solo alcuni esempi di come il mercato del lavoro si stia frammentando e specializzando. Dal 2019, il ministero ha pubblicato sette lotti di nuove professioni, portando il totale a 110, con un’accelerazione notevole negli ultimi anni.
A testimonianza di questa tendenza, il valore del settore core dell’IA in Cina ha superato i 1,2 trilioni di yuan (circa 176 miliardi di dollari), e negli ultimi cinque anni più di 20 professioni su 72 di nuova introduzione sono risultate legate all’intelligenza artificiale.
Queste nuove figure, dopo un processo di consultazione pubblica, entreranno a far parte della classificazione ufficiale, consentendo ai professionisti di accedere alle relative politiche di sostegno nazionale; il ministero si prepara inoltre a definire standard formativi per orientare l’istruzione professionale e la valutazione delle competenze.
L’alfabetizzazione all’IA diventa un pilastro dell’istruzione
L’altro fronte su cui la Cina sta giocando una partita decisiva è quello della formazione scolastica. Il governo ha messo a punto un piano d’azione quinquennale per promuovere l’educazione all’intelligenza artificiale in tutte le fasi dell’istruzione, con l’obiettivo di costruire un sistema di alfabetizzazione che parta dalle scuole primarie e si estenda fino all’università e oltre. Il ministero dell’Istruzione ha chiarito che non si tratta di corsi opzionali, ma di un insegnamento strutturale che dovrà essere integrato nei programmi locali in tutto il Paese.
La capitale Pechino ha già dato l’esempio: a partire dal semestre autunnale del 2025, ogni studente delle primarie e delle secondarie ha frequentato almeno otto ore di lezioni di IA all’anno, con metodologie differenziate per fascia d’età (corsi esperienziali alle elementari, cognitivi alle medie, pratici alle superiori).
Questo sforzo è supportato dalla pubblicazione di risorse didattiche specifiche, come il manuale di educazione all’alfabetizzazione AI in quattro volumi, che accompagna gli studenti con un approccio progressivo: dalle storie illustrate per i più piccoli fino ai temi interdisciplinari per i più grandi.
L’investimento non si ferma alla scuola dell’obbligo: il piano prevede che l’intelligenza artificiale diventi un corso di base in tutte le università e che le conoscenze in materia vengano incluse nei concorsi per diventare insegnante, con l’ambizione di creare una generazione in grado di usare l’IA con spirito critico, e non di subirla passivamente.
Un tribunale frena l’automazione dei licenziamenti
Se da un lato si formano i cittadini del futuro, dall’altro la magistratura sta definendo i paletti per il presente. Alla fine di aprile 2026, il Tribunale intermedio del popolo di Hangzhou ha emesso una sentenza che ha fatto rapidamente il giro del mondo: un’azienda non può licenziare un lavoratore sostenendo che il suo lavoro è stato reso obsoleto dall’introduzione dell’intelligenza artificiale. Il caso riguardava un supervisore del controllo qualità, assunto nel 2022 con uno stipendio di circa 25.000 yuan al mese, a cui l’azienda aveva proposto un trasferimento con un taglio del 40% della retribuzione, motivato dalla maggiore efficienza dei sistemi automatizzati; al rifiuto del dipendente era seguito il licenziamento, giustificato dalla necessità di riorganizzazione. I giudici, invece, hanno stabilito che l’adozione di sistemi di IA rappresenta una scelta imprenditoriale e non può essere equiparata a un evento oggettivo eccezionale come una fusione o un trasferimento di sede, che la legge considera cause valide per la risoluzione del contratto.
Di conseguenza, la società non ha potuto dimostrare che il rapporto fosse divenuto impossibile, e il licenziamento è stato dichiarato illegittimo.
La sentenza, confermata in appello, introduce un principio di non poco conto: l’introduzione della tecnologia non è un fatto esogeno, ma un atto manageriale, e come tale deve essere gestito senza scaricare il costo sociale dell’innovazione sui lavoratori. Il tribunale ha chiarito che le aziende devono esplorare soluzioni alternative, dalla formazione alla ricollocazione, prima di optare per il licenziamento, e che l’automazione non può diventare una scorciatoia per ridurre il personale o comprimere i salari.
Questa decisione, destinata a influenzare il dibattito globale sul futuro del lavoro, arriva in un momento in cui anche il governo cinese ha avviato una riflessione sull’impatto dell’IA sull’occupazione, con piani per espandere le opportunità in settori come l’economia digitale, verde e silver.




