Guerra e austerità, il nuovo "sogno europeo"

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La decisione presa al vertice Nato del 25 giugno a L’Aia, che impegna i Paesi membri a portare le spese militari al 5% del Pil entro il 2035, segna una svolta storica per l’Alleanza Atlantica. L’obiettivo, definito dal segretario generale Mark Rutte come un modo per rendere la Nato "più letale", mira ad aumentare del 30% la capacità militare complessiva, in risposta a un contesto internazionale sempre più instabile. Se da un lato l’iniziativa rafforza la coesione atlantica, dall’altro solleva interrogativi sulle ricadute economiche e sociali per gli Stati membri, chiamati a bilanciare impegni bellici e politiche interne.

L’Italia, che già oggi destina circa il 2% del Pil alla difesa, dovrà trovare risorse aggiuntive per rispettare gli accordi. L’aumento di un punto e mezzo, sebbene diluito in un decennio, impone scelte difficili: tagli permanenti alla spesa pubblica o nuove entrate, con ripercussioni inevitabili su welfare e investimenti. Senza contare che, come sottolineano analisti e militari, non è ancora chiaro quali progetti – nazionali o europei – saranno finanziati in via prioritaria. C’è chi punta su tecnologia e cyberdifesa, chi su armamenti convenzionali, in un dibattito che riflette la mancanza di una strategia comune.

Intanto, la guerra tra Iran e Israele del giugno 2025, con il lancio di 552 missili teheraniani – di cui 520 intercettati – ha dimostrato quanto sia fragile la sicurezza globale. Se un attacco analogo, seppur ridotto, colpisse l’Europa, le conseguenze sarebbero imprevedibili. È questo scenario, insieme alla crescente tensione tra Stati Uniti e Russia, a spingere la Nato verso un riarmo massiccio. Trump, tornato alla Casa Bianca, ha ribadito più volte la necessità di un maggiore sforzo europeo in materia di difesa, evitando però di chiarire se l’aumento delle spese servirà a progetti condivisi o a rinforzare singoli eserciti nazionali.

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