L‘ultima giornata delle Olimpiadi tra il ghiaccio che scotta e l’attesa per la chiusura
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Redazione Sport
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E si arriva così all’epilogo. L’ultimo giorno di queste Olimpiadi invernali di Milano Cortina 2026, una domenica che profuma di storia e di rivalità antiche, consegna al pubblico l’atto conclusivo di una delle sfide più sentite e identitarie dello sport mondiale: la finale dell’hockey su ghiaccio maschile tra Canada e Stati Uniti. Un appuntamento, questo in programma nel pomeriggio alla Santa Giulia Arena, che da solo catalizza l’attenzione del pianeta, forte di una narrazione che intreccia sport, politica e un patriottismo che, al di là dell’Oceano, assume i contorni di una vera e propria guerra su ghiaccio. Dall’altra parte, in un clima certamente meno mediatico ma non per questo privo di tensione, c’è l’Italia di Patrick Baumgartner che nell’ultima discesa del bob a quattro cerca l’impresa, aggrappata a un quinto posto che profuma di legittima ambizione.
Il fascino immutato di Canada-Usa, una finale dal sapore planetario
C’è qualcosa di magnetico quando si parla di finale olimpica tra Stati Uniti e Canada. Un capitolo nuovo di una storia infinita, perché oggi pomeriggio sul ghiaccio di Santa Giulia si ritrovano due nazioni che dell’hockey hanno fatto una religione civile. Il Canada, patria di questo sport, è il Paese dove il bastone è un’estensione naturale del, gli Stati Uniti sono invece capaci di trasformare ogni rivalità in una questione identitaria. La posta in palio, in questo contesto, è altissima: la squadra a stelle e strisce, che non mette le mani sull’oro dal lontano 1980, quello del mitico “Miracle on Ice”, insegue un riscatto storico, mentre i “canucks” vogliono riaffermare una supremazia che nell’era moderna, complici anche i campionissimi a disposizione, hanno talvolta visto vacillare. A rendere il tutto ancora più denso di significato, almeno nelle speranze della vigilia, c’era l’eventualità di una comparsata eccellente: Donald Trump, che da presidente degli Stati Uniti, aveva fatto circolare voci insistenti su un suo arrivo a Milano, magari con un atterraggio spettacolare a Linate o un ingress in grande stile a Santa Giulia, pronto a rubare la scena e a trasformare l’evento in una passerella politica. Poi, però, la notizia del dietrofront: impegni istituzionali, complice anche una sentenza della Corte Suprema che gli ha “rovinato il weekend”, lo hanno trattenuto a Washington, anche se nessuno, conoscendo la sua imprevedibilità, escludeva del tutto colpi di scena dell’ultim’ora.
Sidney Crosby, il capitano leggenda e il peso della sua assenza
Dentro al rettangolo di giaccio, però, a parlare sono i giocatori. E il nome che riecheggia con più forza, nonostante tutto, è quello di Sidney Crosby. Lui, Sid, classe 1987, dalla Nuova Scozia, è il simbolo vivente di questa rivalità e per i tifosi canadesi rappresenta molto più di un semplice atleta. A trentotto anni, con un fisico appesantito dagli acciacchi e un infortunio al ginocchio rimediato mercoledì scorso nel quarto di finale contro la Cechia, la sua presenza in finale era un rebus che ha tenuto col fiato sospeso un intero paese. Per giorni ci si è chiesti se il capitano ce l’avrebbe fatta, se il suo leggendario spirito di sacrificio lo avrebbe portato a stringere i denti per quella che è la madre di tutte le partite. Le cronache raccontano di un tentativo disperato di ritagliare un tutore su misura, di un allenamento a parte nella giornata di sabato, ma alla fine la realtà ha preso il sopravvento: Crosby non ce l’ha fatta. Salterà la finale, lasciando i suoi compagni, guidati da un superbo Connor McDavid, a giocarsi l’oro senza il loro condottiero. Per capire la potenza simbolica di questa assenza basta guardare all’altra sponda: gli Stati Uniti, dal canto loro, arrivano all’appuntamento con una squadra probabilmente tra le più forti mai assemblate, piena di talento e con una convinzione maturata anche nella recente finale del torneo “4 Nations Face-Off”, persa contro il Canada ma che aveva mostrato tutti i crismi di una rivalità più viva che mai. E chissà, forse proprio l’assenza del vecchio leone potrebbe paradossalmente caricare i canadesi di un’ulteriore responsabilità, quella di dedicare la vittoria al loro capitano.
L’ultima chance azzurra nel bob e l’addio alle Olimpiadi
Mentre l’hockey monopolizza le cronache, per l’Italia è il momento di giocarsi le ultime, residue carte. Le speranze di medaglia, in questa domenica di chiusura, sono tutte concentrate sul budello ghiacciato del bob a quattro. L’equipaggio guidato da Patrick Baumgartner, composto da Lorenzo Bilotti, Eric Fantazzini e Robert Mircea, ha disputato due eccellenti prime manche, piazzandosi al quinto posto con un tempo che lascia aperto uno spiraglio per il podio. Nelle battute iniziali della terza e quarta discesa, in programma tra le 10 e le 12.15, gli azzurri dovranno sfoderare una prestazione perfetta per scalare la classifica e inserirsi in una lotta per le medaglie che vede i forti equipaggi tedeschi, con Johannes Lochner e Francesco Friedrich, fare la parte del leone. In contemporanea, alle 10, prenderà il via anche la mass start dei 50 km di sci di fondo femminile in tecnica classica, con Anna Comarella, anche se le sue possibilità di agguantare un podio, in una gara dominata dalle scandinave, sono oggettivamente ridotte. Con queste ultime fatiche sportive, poi, il sipario calerà ufficialmente su questi Giochi: alle 20.30 l’Arena di Verona ospiterà la Cerimonia di Chiusura, un momento di festa e di arrivederci che consegnerà Milano Cortina 2026 alla storia, tra bilanci (l’Italia chiuderà verosimilmente al quarto posto nel medagliere, superata dall’Olanda all’ultimo respiro) e la consapevolezza di aver organizzato un’edizione che, al di là dei risultati, ha riportato lo sport invernale al centro del dibattito pubblico.




