Meta brevetta l’intelligenza artificiale che posta al posto dei defunti, mentre una ricercatrice britannica sperimenta su se stessa i chatbot per l’aldilà digitale

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Il confine tra la vita e la morte, nell’era delle piattaforme social, potrebbe assottigliarsi fino a diventare una soglia permeabile, un limbo digitale in cui gli account continuano a popolarsi di contenuti e interazioni generati artificialmente. La multinazionale di Menlo Park, guidata da Mark Zuckerberg, ha ottenuto alla fine di dicembre un brevetto per un sistema basato su modelli linguistici di grandi dimensioni, quelli che comunemente chiamiamo LLM, progettato per simulare l’attività online di un utente anche dopo il suo decesso -1-4. Il brevetto, depositato nel 2023 e firmato dal chief technology officer Andrew Bosworth, descrive nel dettaglio un meccanismo capace di apprendere lo stile comunicativo, le abitudini e le interazioni di una persona — analizzando post, commenti, like e messaggi — per poi replicarli fedelmente, quasi come se il profilo non avesse mai smesso di vivere -1-7.

La logica industriale che sottende questa innovazione, per quanto futuristica possa apparire, affonda le sue radici in una considerazione piuttosto semplice e spietata: l'assenza prolungata di un utente, e ancor più la sua scomparsa definitiva, altera l'esperienza dei suoi contatti e interrompe quel flusso costante di dati che alimenta l'economia dell'attenzione -1-3. Il brevetto, stando a quanto dichiarato da un portavoce dell'azienda a Business Insider, non implica che il prodotto verrà effettivamente implementato nel breve termine, essendo spesso queste pratiche di deposito un modo per proteggere concetti e idee senza un immediato riscontro commerciale -1-4-6. Tuttavia, la semplice esistenza del documento riaccende il dibattito, acceso e complesso, su cosa significhi ereditare un'identità digitale e su quali siano i confini etici di un dolore che si affida agli algoritmi per trovare conforto.

Il laboratorio del lutto artificiale: la ricerca di Jenny Kidd e i limiti della simulazione

Se l'iniziativa di Meta solleva interrogativi sul futuro della nostra presenza online, c'è chi quel futuro ha cominciato a esplorarlo dal vivo, sperimentando sulla propria pelle la straniante esperienza di trasformarsi in un chatbot. La ricercatrice Jenny Kidd, docente di cultura digitale alla Cardiff University, ha condotto uno studio approfondito sui cosiddetti "deathbot", quei sistemi di intelligenza artificiale progettati per imitare le persone scomparse -2. Nel corso della sua indagine, pubblicata sulla rivista Memory, Mind and Media, Kidd ha letteralmente creato una versione artificiale di sé stessa, addestrando un modello con i propri dati vocali e comportamentali, per testare dal di dentro le potenzialità e le storture di queste tecnologie -2-10. L'esito, come ha raccontato alla BBC, è stato per molti versi deludente e persino grottesco: la sua creatura digitale parlava con un accento australiano, dimostrando quanto la resa, al momento, sia ancora lontana da una replica credibile e quanto i meccanismi di simulazione siano imperfetti e fuorvianti -2.

Il lavoro di Kidd, portato avanti insieme a Eva Nieto McAvoy del King's College di Londra e Bethan Jones della stessa università gallese, ha passato al setaccio quattro piattaforme commerciali che offrono servizi di "immortalità digitale", rivelando come queste si fondino su una comprensione inevitabilmente riduttiva e semplificata della memoria e delle relazioni umane -2. L'interesse della ricercatrice per il fenomeno era nato durante la pandemia, osservando la diffusione virale di vecchie fotografie di famiglia che, grazie all'intelligenza artificiale, prendevano vita: gli antenati ricominciavano a sbattere le palpebre, a sorridere e a muovere il capo, in un'animazione che, se da un lato commuoveva, dall'altro generava un profondo disagio -2. Kidd stessa, pur riconoscendo il fascino di queste possibilità, ha manifestato una certa apprensione all'idea che in futuro la propria "persona digitale" possa evolversi autonomamente, arrivando a esprimere concetti o a mostrare fedeltà che lei non avrebbe mai condiviso, finendo così per distorcere il ricordo che i suoi cari hanno di lei e dei suoi valori -2.

La tecnologia del dolore tra business, etica e diritti digitali

L'iniziativa di Meta e le ricerche di Kidd si inseriscono in un panorama più ampio, quello della cosiddetta "grief tech" o tecnologia del lutto, un settore in cui diverse startup stanno già sperimentando la creazione di chatbot e avatar basati su persone scomparse, promettendo ai familiari un canale di comunicazione perenne con i propri cari -1-4. Il mercato, come riportato da più fonti, è in espansione e muove interessi economici considerevoli, sollevando però questioni che vanno ben oltre la mera fattibilità tecnica -2. Da un lato, c'è il tema del consenso e della gestione dei dati personali post-mortem: come si autorizza l'utilizzo della propria immagine e della propria voce dopo la morte? Chi ha il diritto di decidere se e come attivare questi "zombie digitali"? E, soprattutto, in che modo gli altri utenti vengono informati del fatto che stanno interagendo con un simulacro artificiale e non con la persona reale? -6.

Dall'altro lato, emergono le perplessità di psicologi e sociologi, i quali mettono in guardia dai potenziali effetti distorsivi di queste tecnologie sul processo di elaborazione del lutto. Joseph Davis, docente all'Università della Virginia, ha sottolineato come uno dei compiti fondamentali del dolore sia imparare ad accettare la perdita reale, mentre l'illusione di una presenza persistente, per quanto confortante all'apparenza, potrebbe interferire con questo meccanismo naturale, creando confusione e dipendenza emotiva -4-9. Edina Harbinja, esperta di diritti digitali dell'Università di Birmingham, ha evidenziato come, al di là delle dichiarazioni di intenti, l'obiettivo primario per un'azienda come Meta rimanga l'incremento dell'engagement e la raccolta di dati, linfa vitale per l'addestramento dei futuri modelli di intelligenza artificiale -4-9. In questo scenario, la promessa di un conforto eterno rischia di trasformarsi in un business, in cui il ricordo di una persona cara diventa una merce, e la morte stessa un'opportunità per estrarre valore.

Description: Meta brevetta un'AI che simula l'attività social dei defunti. La ricercatrice Jenny Kidd sperimenta i deathbot su se stessa.

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