Conan O'Brien sfida il politicamente corretto e il potere di Netflix nel monologo degli Oscar 2026

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   È stata una standing ovation, quella che ha aperto la 98esima edizione dei premi Oscar, a suggellare il ritorno sul palco del Dolby Theatre di Conan O’Brien, confermato per il secondo anno consecutivo nel ruolo di cerimoniere dopo il buon esito dell’edizione precedente. Il conduttore, forte di un’esperienza trentennale nei late night show, ha imbracciato il microfono con la disinvoltura di chi sa di dover navigare in acque agitate, quelle di un’industria cinematografica in piena trasformazione e di un clima sociale e politico che lui stesso ha definito, nel corso del suo intervento, “caotico e spaventoso”. E se l’anno passato il suo stile era sembrato più misurato, in questa occasione O’Brien ha deciso di affilare le armi della satira, prendendo di mira senza troppi giri di parole i giganti dello streaming, le contraddizioni della politica estera e persino alcuni dei membri più in vista della nuova amministrazione repubblicana, quella guidata da Donald Trump, tornato alla Casa Bianca.

Il bersaglio principale della sua verve ironica, quello che ha scatenato le risate più sincere in platea, è stato Ted Sarandos, l’amministratore delegato di Netflix, presente in sala tra il pubblico. La battuta, fulminante nella sua semplicità, ha giocato sull’antica contrapposizione tra la fruizione domestica delle pellicole e il rito collettivo della visione in sala: “È la prima volta che metti piede in un cinema, vero Ted?” ha scherzato O’Brien, salvo poi aggiungere, calandosi nei panni di un avido dirigente intento a accarezzare un gatto bianco come un villain cinematografico, “Perché tutta questa gente è qui a divertirsi insieme? Dovrebbero starsene a casa da soli, così posso monetizzarli!”. Una frecciata velenosa, quest’ultima, che ha messo a nudo la filosofia produttiva della piattaforma, da sempre restia a concedere finestre di distribuzione esclusive per le sale, e che ha colto nel segno, strappando una risata di circostanza, seppur leggermente forzata, allo stesso Sarandos.

Non è mancato, nel ricco campionario di provocazioni firmato O’Brien, un passaggio obbligato sugli ultimi scandali giudiziari che hanno scosso il mondo anglosassone. Prendendo spunto dall’assenza di candidati britannici nelle categorie attoriali principali, il conduttore ha lanciato una stoccata che ha mescolato con cinica abilità cinema e cronaca nera: “Nessun attore inglese nominato quest’anno. Ma loro dicono: ‘Almeno noi arrestiamo i nostri pedofili’”. Un riferimento esplicito, seppur non declinato nei dettagli, alle recenti vicende legate all’apertura dei cosiddetti “Epstein files” e ai conseguenti arresti di figure di spicco del Regno Unito, un argomento delicato che pochi si sarebbero aspettati di sentire in una cornice patinata come quella degli Oscar, ma che ha dimostrato la volontà di O’Brien di non rifuggire i temi spinosi.

E la politica interna, come prevedibile, non è stata da meno. Dopo aver scherzato sull’esistenza di una cerimonia alternativa organizzata da Kid Rock per i conservatori offesi, O’Brien ha rivolto la sua attenzione al presidente Trump, fresco di rielezione, con una battuta che ne ha preso di mira la nota propensione a marchiare ogni cosa con il proprio nome. “Bentornati dal vivo dal Teatro ‘Ha un Piccolo Penny’”, ha esordito il conduttore al rientro dalla pausa pubblicitaria, aggiungendo subito dopo: “Vediamo se ci appone la sua firma sopra!”. Un’allusione diretta ai recenti tentativi, veri o presunti, di rinominare luoghi istituzionali come la stazione Penn Station di New York in suo onore, un vezzo narcisistico che il comico ha sapientemente ridicolizzato davanti a una platea che, a giudicare dalle risate, non ha perso l’occasione per prendere le distanze dall’inquilino della Casa Bianca.

Tra omaggi sentiti e dimenticanze imbarazzanti: il caso Bardot e il ritorno di Billy Crystal

Se il monologo di O’Brien ha tenuto banco per gran parte della serata, un altro segmento del programma ha catalizzato l’attenzione della critica e del pubblico, seppur per ragioni diametralmente opposte. Il lungo e partecipato omaggio In Memoriam, dedicato ai professionisti del cinema scomparsi nell’ultimo anno, è stato impreziosito dalla presenza di due colonne della storia di Hollywood: Barbra Streisand e Billy Crystal. Streisand, visibilmente commossa, ha ricordato con un breve ma intenso estratto cantato di The Way We Were il suo amico e collega Robert Redford, scomparso all’età di 89 anni, mentre Crystal ha radunato sul palco una folla di attori, da Meg Ryan a Kiefer Sutherland, per rendere omaggio a Rob Reiner, il regista di Harry ti presento Sally, tragicamente scomparso insieme alla moglie lo scorso dicembre.

Eppure, la commozione per questi tributi è stata offuscata da una clamorosa e poco elegante dimenticanza. Nella lunga sequenza di volti e nomi proiettata sullo schermo del Dolby Theatre, non è apparsa l’immagine di Brigitte Bardot, icona assoluta del cinema francese ed europeo. Una scelta, quella dell’Academy, che ha sollevato piovre di polemiche, tanto più se si considera che nel corso del servizio è stato concesso ampio spazio a numerosi altri professionisti, anche di nicchia, e che l’anno precedente era già stata notata l’assenza di un altro mostro sacro come Alain Delon. L’esclusione di Bardot, il cui impatto sulla cinematografia mondiale con pellicole come E Dio creò la donna rimane innegabile, è apparsa ai più come una svista imperdonabile, un’ombra gettata su una notte che avrebbe dovuto celebrare la memoria collettiva del cinema, sollevando interrogativi sui criteri di selezione adottati dagli organizzatori.

Chalamet nel mirino e la noia di un ritorno annunciato

Nel suo mirino, O’Brien ci ha messo anche Timothée Chalamet, candidato come miglior attore e seduto in platea accanto a Kylie Jenner. Il pretesto è stato un pretesto di sicurezza: “Mi dicono che ci sono timori di attacchi da parte delle comunità dell’opera e del balletto”, ha esordito il conduttore, facendo chiaramente il verso alle recenti dichiarazioni dell’attore, che aveva suscitato qualche malumore nei circoli dei cultori di questi generi musicali. Chalamet, preso alla sprovvista, ha reagito con una risata liberatoria, dimostrando di sapersi prendere poco sul serio.

Non tutto, però, è filato liscio nella macchina organizzativa. Nonostante la riconferma di O’Brien fosse stata accolta con favore per garantire una parvenza di stabilità dopo anni di avvicendamenti, la sensazione diffusa, una volta calato il sipario, è stata quella di una certa stanchezza. Il confronto, seppur indiretto, con mostri sacri della conduzione come Billy Crystal, tornato sul palco proprio in questa edizione per il suo tributo a Reiner e salutato da un’ovazione che sapeva di nostalgia, ha messo in luce i limiti di un conduttore certamente brillante e graffiante, ma forse non ancora in grado di eguagliare la capacità di Crystal di amalgamare comicità e calore umano con la stessa disinvoltura con cui si indossa un abito firmato.

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