Gli snack sotto i sedili, le frecciate a Trump e il caso Epstein: la notte degli Oscar 2026 tra humour e provocazioni
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Redazione Cultura e Spettacolo
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C’è chi, giunto al Dolby Theatre per la 98esima edizione degli Academy Awards, ha potuto godere di un piccolo privilegio materiale che nulla ha a che vedere con le borse firmate o i gioielli scintillanti: ci si riferisce, naturalmente, alla tradizionale distribuzione di snack nascosti sotto i sedili, un’usanza che l’organizzazione ha voluto replicare anche quest’anno, offrendo a star e semplici ospiti un salvacena per fronteggiare la proverbiale durata della maratona cinematografica. Una sorpresa, quella della merenda in loco, che permette a chiunque, dal più acclamato regista al parente meno noto di un candidato, di condividere un momento di ordinaria fame in un contesto di straordinaria mondanità. E se il cibo ha placato gli appetiti terreni, a stimolare ben altre conversazioni ci hanno pensato il conduttore Conan O’Brien e alcuni dei premi stessi, in una serata che ha visto il trionfo di One Battle After Another di Paul Thomas Anderson come miglior film, ma che è stata segnata anche da una vena satirica particolarmente pungente.
Il sessantaduenne O’Brien, riconfermato alla guida della cerimonia dopo il buon riscontro dell’anno precedente, non ha perso tempo nel riscaldare la platea, e lo ha fatto con il suo stile inconfondibile, capace di mescolare l’assurdo a una certa causticità. Il suo monologo d’apertura, arricchito da un video parodia in cui interpretava la zia Gladys del film Weapons — e nel quale veniva inseguito da bambini attraverso set che omaggiavano pellicole come K-Pop Demon Hunters e Marty Supreme —, ha subito preso di mira alcune delle figure più discusse del momento. Tra queste, non poteva mancare il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, tornato alla Casa Bianca e bersaglio preferito della satira hollywoodiana. O’Brien, che aveva dichiarato in passato di trovare il tycoon un soggetto poco adatto alla comicità per la sua stessa esagerazione intrinseca, ha invece confutato sul campo le sue stesse teorie, lanciando due stoccate precise e graffianti. La prima, al ritorno dalla pausa pubblicitaria, quando ha commentato: “Siamo in diretta dal teatro ‘Ha un pene piccolo’. Vediamo se mette il suo nome anche qui”, un’allusione chiara e diretta alla nota abitudine del presidente di apporre la propria firma su edifici e istituzioni, dal Kennedy Center in poi.
La seconda frecciata, ancora più audace e capace di gelare per un istante la sala, è arrivata nel corso della serata e ha toccato uno dei nervi scoperti della cronaca mondiale, ovvero lo scandalo legato a Jeffrey Epstein e ai documenti desecretati che hanno riacceso i riflettori su una rete di presunti complici. Prendendo spunto dall’assenza di candidati britannici nelle categorie attoriali — fatto che non si verificava dal 2012 —, il conduttore ha ironizzato sul diverso approccio alla giustizia oltremanica: “Un portavoce britannico ha detto: ‘Beh, almeno noi arrestiamo i nostri pedofili’”. Un riferimento trasparente all’arresto del principe Andrea, figlio della regina Elisabetta, avvenuto nel febbraio del 2026 nell’ambito delle indagini legate proprio ai cosiddetti Epstein files, e che ha scatenato un’ondata di reazioni e meme sui social, dimostrando come la cerimonia possa trasformarsi in un palcoscenico per temi ben più spinosi della semplice rivalità artistica.
A infiammare ulteriormente l’atmosfera, già carica di tensione politica, ci hanno pensato altri interventi che hanno varcato i confini del gossip per addentrarsi in territori decisamente più controversi. L’attore spagnolo Javier Bardem, salito sul palco per presentare il premio al miglior film internazionale, ha colto l’occasione per lanciare un messaggio inequivocabile, dichiarando: “No alla guerra e Palestina libera”, parole sottolineate da applausi scroscianti in sala e rese ancor più esplicite da una spilla con la scritta “NO A LA GUERRA” che portava al bavero. Un gesto che ha riaperto il dibattito sul ruolo politico delle star e sulla libertà di espressione in una serata seguita da milioni di spettatori. Non è mancata, inoltre, la consueta dose di ironia nei confronti dei potenti dell’industria, con O’Brien che ha preso di mira l’amministratore delegato di Netflix, Ted Sarandos, presente in sala per quella che il conduttore ha definito la sua “prima volta in un cinema”. “Sarà lì che si chiederà”, ha immaginato O’Brien, “perché tutta questa gente è qui in sala a divertirsi insieme? Perché non dovrebbero stare a casa sul divano da soli a vedere film?”. Un paradosso che fotografa perfettamente la tensione tra la fruizione domestica delle piattaforme streaming e l’esperienza collettiva della sala, una dialettica che continua a tenere banco nei corridoi del potere hollywoodiano.
La politica estera e i diritti civili conquistano il palco
Il palcoscenico degli Oscar si è confermato, se mai ce ne fosse bisogno, una potente cassa di risonanza per istanze che vanno ben oltre il mondo del cinema. La vittoria del documentario *Mr. Nobody Against Putin*, pellicola che racconta la silenziosa resistenza di un giovane insegnante russo contrario alla guerra in Ucraina, ha offerto al regista David Borenstein l’opportunità per un discorso di forte impatto civile. Nel ritirare la statuetta, Borenstein ha parlato di come si perda un paese attraverso piccoli atti di complicità, sottolineando il silenzio di fronte alle ingiustizie e al controllo dei media da parte delle oligarchie. Un intervento che ha riportato l’attenzione sul conflitto in corso, ma che è stato letto da alcuni commentatori anche come una critica trasversale a certe derive autoritarie osservabili in diversi contesti internazionali. Parallelamente, la serata ha visto una diffusa esposizione di messaggi politici attraverso le spille indossate dagli ospiti: scritte come “ICE OUT”, contro l’agenzia per l’immigrazione statunitense, e richieste di cessate il fuoco per Gaza e l’Iran hanno punteggiato il red carpet e la sala, trasformando il Dolby Theatre in un mosaico di istanze progressiste.
Tra riconoscimenti inediti e reunion improvvisate
In mezzo a tante polemiche e dichiarazioni di intenti, la macchina degli Oscar ha proseguito il suo inesorabile corso, assegnando i premi più ambiti. Oltre al già citato trionfo di *One Battle After Another*, che ha portato a casa sei statuette tra cui miglior regia e sceneggiatura non originale, da segnalare la prima volta della Norvegia nella categoria del film internazionale con *Sentimental Value* e la storica affermazione di Autumn Durald Arkapaw, prima donna e prima afroamericana a vincere l’Oscar per la migliore fotografia. Ma la serata ha regalato anche momenti di puro intrattenimento e nostalgia, come la reunion sul palco di Anne Hathaway con Anna Wintour, una riproposizione in chiave comica del loro celebre rapporto in *Il diavolo veste Prada*, con la direttrice di *Vogue* che, fedele al personaggio di Miranda Priestly, ha completamente ignorato la collega chiamandola per sbaglio “Emily”. Un intermezzo leggero che ha fatto da contraltare alla tensione dei momenti più politici, ricordando a tutti che, dopotutto, la notte degli Oscar è anche e soprattutto una celebrazione del cinema e delle sue mille sfaccettature.




