La notte degli Oscar incorona Anderson, il cinema guarda al mondo e alle sue contraddizioni

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   La lunga notte del Dolby Theatre, quella della novantottesima edizione degli Academy Awards, ha consegnato un verdetto chiaro ma non privo di colpi di scena, confermando “Una battaglia dopo l’altra” di Paul Thomas Anderson come il dominatore della serata con sei statuette, ma riconoscendo anche il valore di “I peccatori” di Ryan Coogler, che pure si ferma a quattro premi nonostante le sedici candidature ricevute, un record nella storia della manifestazione. La cerimonia, condotta per il secondo anno consecutivo da un Conan O’Brien sempre più padrone del palco e capace di bilanciare ironia e momenti di riflessione, si è svolta in un clima di elegante efficienza, blindata – come ha osservato piú di un commentatore – dai conflitti globali e da un’atmosfera politica tesa, che pure ha trovato spiragli per emergere, sia nei discorsi dei premiati sia nelle scelte, a volte rumorose, a volte silenziose, di chi ha voluto lanciare un messaggio.

Il trionfo di Anderson e il record mancato di Coogler

Per Paul Thomas Anderson, reduce da undici nomination nelle precedenti edizioni e sempre rimasto a bocca asciutta, la vittoria è arrivata con la forza di un riconoscimento atteso quasi trent’anni, dai tempi di “Boogie Nights”. Il suo film, un’epica personale e politica che mescola generi e ambizioni, si è aggiudicato i premi piú pesanti: miglior film, miglior regia, miglior sceneggiatura non originale, miglior attore non protagonista grazie a Sean Penn – che però non era presente in sala – e poi ancora miglior casting e miglior montaggio. Dall’altra parte, “I peccatori” di Ryan Coogler, l’opera horror e vampiresca che aveva fatto parlare di sé per il numero altissimo di candidature, ha dovuto accontentarsi di quattro riconoscimenti, comunque prestigiosi: la sceneggiatura originale per lo stesso Coogler, la colonna sonora di Ludwig Göransson, la fotografia di Autumn Durald Arkapaw – che è entrata nella storia come prima donna a vincere in questa categoria – e il premio per il miglior attore protagonista, andato a un Michael B. Jordan visibilmente emozionato e capace di strappare una standing ovation alla platea.

L’irruzione della politica, tra assenze e dichiarazioni

Se la conduzione di O’Brien ha cercato di mantenere un tono leggero, inframmezzando battute sugli incendi che hanno segnato Los Angeles e sull’imminente avvento dell’intelligenza artificiale nel mondo dello spettacolo, il palco si è trasformato piú volte in una tribuna per messaggi tutt’altro che neutrali. Il piú diretto è stato quello di Javier Bardem, che nel presentare un premio ha scandito senza mezzi termini “No alla guerra e Palestina libera”, riecheggiando le sue precedenti presenze pubbliche a sostegno della causa palestinese e indossando simboli ben precisi già sul red carpet. Ma non è stato l’unico momento in cui l’attualità ha bucato lo schermo della finzione hollywoodiana: Paul Thomas Anderson, ritirando l’Oscar per la sceneggiatura, ha dedicato il premio ai suoi figli, scusandosi per il mondo “in disordine” che gli adulti stanno lasciando loro e auspicando che possano essere la generazione del buonsenso e della decenza. Anche i registi di “Mr. Nobody Against Putin”, documentario premiato sull’opposizione russa, hanno lanciato un appello accorato perché tutte le guerre finiscano, mentre Jimmy Kimmel, nel presentare i documentari, ha ironizzato con sottile amarezza sui paesi i cui leader non supportano la libertà di parola. L’assenza piú rumorosa è stata però quella di Sean Penn: l’attore, noto per le sue posizioni pacifiste e critiche verso l’amministrazione Trump, non si è presentato a ritirare il premio, e molti hanno letto in questa scelta una presa di distanza, un silenzio che ha pesato piú di tanti discorsi.

I riconoscimenti tecnici e le sorprese dell’ultima ora

Al di là dei due pesi massimi, la notte ha visto trionfare anche “Frankenstein” di Guillermo del Toro, che con la sua cura artigianale e viscerale si è portato a casa tre statuette: per i costumi, il trucco e la scenografia, confermando come l’Accademia continui ad apprezzare il cinema che sa essere anche maniacale ricostruzione estetica. “KPop Demon Hunters” ha fatto incetta nel campo dell’animazione e della canzone originale, con “Golden” che ha regalato un momento di leggerezza internazionale alla serata, mentre il premio per il miglior film internazionale è andato al norvegese “Sentimental Value” di Joachim Trier. Tra le curiosità, l’ex aequo nella categoria del cortometraggio, vinto da “The Singers” e “Two People Exchanging Saliva”, un evento raro che ha creato un piccolo imprevisto registico sul palco, con i produttori costretti a rincorrere i tempi e i microfoni che si ritraevano mentre i premiati ancora parlavano. E se Jessie Buckley, premiata come miglior attrice per “Hamnet”, ha commosso il pubblico dedicando la statuetta al caos meraviglioso del cuore di una madre e alla figlia di otto mesi, Amy Madigan, iconica caratterista, ha finalmente avuto il suo momento di gloria grazie a “Weapons”, ringraziando l’autore per aver scritto un personaggio da “afferrare per la gola”.

L’ombra lunga di Washington e il nuovo corso americano

A fare da sfondo a tutto, come una corrente sotterranea che ha scaldato l’acqua della piscina del Dolby Theatre, c’era la consapevolezza del momento politico che gli Stati Uniti stanno attraversando. Con Donald Trump tornato alla Casa Bianca e le sue politiche migratorie già al centro del dibattito, non sono mancati i segnali di dissenso silenzioso, come le spille “ICE Out” sfoggiate da alcuni attori in segno di protesta contro le deportazioni di massa, o i riferimenti alla morte di attivisti per mano di agenti federali. L’ironia di O’Brien sul sistema sanitario americano e le sue falle – “In Hamnet la moglie di Shakespeare partorisce da sola nel bosco. O come diciamo in America: assistenza sanitaria accessibile” – ha fatto sorridere, ma ha anche ricordato a una platea globale quanto la realtà politica e sociale sia ormai un ospite fisso anche nelle notti di celebrazione del cinema, quelle notti in cui, come ha detto qualcuno, il glamour sembra cedere il passo all’urgenza di posizionarsi.

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