La Fenice licenzia Beatrice Venezi, orchestra in festa: «Liberazione»
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Redazione Cultura e Spettacolo
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La notizia, rimbalzata ieri pomeriggio tra le poltronate di velluto del teatro veneziano, ha avuto l'effetto di una doccia fredda solo per chi, nei palazzi romani, aveva scommesso sulla resistenza della bacchetta lucchese. La Fondazione Teatro La Fenice, attraverso la voce del sovrintendente Nicola Colabianchi – che per mesi ne aveva difeso l’operato cercando di tacitare le polemiche –, ha infatti comunicato la decisione di annullare “tutte le collaborazioni future con il maestro Beatrice Venezi”.
A sigillare il destino della direttrice, la cui nomina sette mesi fa aveva già scatenato un vespaio di polemiche tra le maestranze, non è stata una resa alle pressioni sindacali, bensì la mannaia di un comunicato ufficiale che cita “le reiterate e gravi dichiarazioni pubbliche del maestro, offensive e lesive del valore artistico e professionale della Fondazione e della sua Orchestra”. L’epilogo, maturato proprio mentre nel teatro andava in scena il Lohengrin di Wagner, è stato accolto con un tripudio di applausi che ha rotto l’usuale ritegno della sala: qualcuno, tra il pubblico e i professori d’orchestra, ha urlato “Liberazione!”, un termine che restituisce plasticamente il clima di tensione che si respirava in laguna ben prima della goccia finale.
Le parole che hanno rotto l’argine della “copertura”
Se la candidatura di Venezi era stata fin dall’inizio avversata da chi la riteneva – come riferito da più parti – inadeguata al prestigio del palcoscenico veneziano, a decretare il divorzio definitivo è stata un’intervista rilasciata al quotidiano argentino *La Nación*. In quella sede, la partitura delle relazioni interne al teatro è stata descritta con toni talmente aspri da rendere insostenibile qualsiasi mediazione: “È un’orchestra dove le posizioni si tramandano praticamente di padre in figlio”, aveva dichiarato la direttrice, aggiungendo di non provenire da una famiglia di musicisti e rivendicando il proprio ruolo di outsider priva di padrini.
Quelle affermazioni, lette dai destinatari di quelle accuse – i professori d’orchestra che da settembre avevano proclamato lo stato di agitazione boicottando la sua ascesa –, hanno rappresentato il punto di non ritorno. Lo stesso sovrintendente Colabianchi, che nelle settimane precedenti aveva tentato di smorzare i toni scontrandosi con la ferma opposizione delle rappresentanze sindacali, in questo caso ha dovuto prendere atto della rottura della diga, formalizzando l’interruzione di un rapporto che si prospettava lungo fino al 2030.
L’ovazione in sala e il silenzio del ministero
L’atmosfera, all’indomani dell’annuncio, racconta meglio di qualsiasi analisi lo spessore della frattura. Al termine della rappresentazione, musicisti e tecnici hanno ricevuto una standing ovation dal pubblico, quasi a suggellare un patto ritrovato tra la platea e chi la ribalta la occupa professionalmente. Il ministro della Cultura, Alessandro Giuli, ha preso formalmente atto della decisione, accordando al sovrintendente la sua “più completa fiducia” con l’augurio che la scelta serva a “sgomberare il campo da equivoci e tensioni”.
Un endorsement, questo, che certifica la fine di una stagione in cui la vicenda Fenice era diventata un caso politico nazionale, con il governo accusato dall’opposizione di aver trasformato la nomina di Venezi in una bandiera ideologica da difendere a ogni costo. La delibera di ieri, quindi, rappresenta una brusca inversione di marcia per quell’asse romano-veneto che aveva finora garantito una solida copertura alla direttrice.
Cronaca di una rottura annunciata
L’addio di Beatrice Venezi, in realtà, era stato scritto già nei giorni convulsi del referendum e nelle aspre polemiche che seguirono la sua designazione, avvenuta a settembre senza un previo confronto con l’orchestra. Le accuse di “gestione anarchica” del teatro e di resistenza maschilista al cambiamento, piovute nei mesi scorsi dalla direzione nei confronti delle maestranze, non erano bastate a scalfire il muro della difesa politica, ma hanno finito per logorare il terreno sotto i piedi della stessa sovrintendenza.
Con l’annuncio di domenica 26 aprile, la Fenice prova a voltare pagina, lasciandosi alle spalle sette mesi di scioperi e volantinaggi che ne avevano offuscato la brillantezza internazionale. Per Venezi, la cui “lingua lunghissima” è stata paragonata ai treni merci di una volta, si chiude un capitolo italiano in attesa dei prossimi sviluppi giudiziari o professionali, mentre l’orchestra riprende possesso della propria autonomia artistica nel silenzio di chi, fino a ieri, la difendeva a spada tratta.




