L'America ha iniziato a fare le pulizie nel cortile di casa

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Vittorio Emanuele Parsi, sulle colonne dell'Huffington Post Italia, osserva come l'attacco americano al Venezuela, un'azione che definisce senza mezzi termini una "pulizia nel cortile di casa", costituisca un precedente gravissimo, aprendo di fatto la strada a una deriva del tutto nuova. Russia e Cina, le due potenze che Washington spesso indica come avversarie sistemiche, potrebbero infatti sentirsi pienamente autorizzate, in un futuro ormai prossimo, a replicare lo stesso schema d'intervento nelle rispettive sfere d'influenza. Quel che si sta consumando, secondo l'analista, è il definitivo affossamento dell'ordine internazionale costruito pazientemente dopo la Seconda guerra mondiale, un sistema, pur con tutti i suoi limiti, basato su regole e istituzioni condivise.

Uno scenario imprevedibile e il rischio di escalation

Al suo posto, come rileva Parsi, emergerebbe una realtà ben più rozza e pericolosa, paragonabile a quella di un quartiere controllato da "capoccia" e "boss" intenti a spartirsi le zone d'influenza senza più alcun rispetto per una legge comune. È in questo quadro marcatamente instabile che si inserisce la riflessione di Mario Giro, della Comunità di Sant'Egidio ed ex viceministro degli Esteri, il quale sottolinea la strategia "imprevedibile" del presidente Trump. Una strategia che, spaziando dal Venezuela all'Ucraina fino alla recente, eclatante offerta per l'acquisto della Groenlandia, sembra sfuggire a ogni logica predittiva, aumentando esponenzialmente il rischio di un'espansione dei conflitti esistenti. La questione, come evidenzia Giro, non è circoscritta al solo emisfero occidentale ma investe l'intera architettura geopolitica globale, lasciando spazio a domande cruciali sul possibile ruolo di un'Europa che appare tutt'altro che unita nel fronteggiare tali sfide.

La resistenza del regime e i nuovi equilibri

Nel frattempo, sul campo, il regime venezuelano dimostra una resilienza che va oltre la figura del suo leader, procedendo con azioni repressive come gli arresti di giornalisti e stringendo ulteriormente i legami con quei partner internazionali che Washington considera antagonisti. Non è un caso che una delle prime mosse della ministra degli Esteri venezuelana, Delcy Rodriguez, sia stata un colloquio con gli ambasciatori di Cina, Russia e Iran, a segnalare una netta presa di posizione in un mondo che si va rapidamente polarizzando. L'attenzione dell'amministrazione Trump, d'altronde, appare volubile e soggetta a continue virate, come dimostra il repentino spostamento del dibattito pubblico dalla crisi venezuelana alla questione groenlandese, un'ipoteca che, se realizzata, configurerebbe un atto ostile verso un alleato storico come la Danimarca e metterbbe in discussione gli stessi cardini della NATO.

Il significato ambiguo di "America First"

Proprio questa sequenza di mosse apparentemente sconnesse alimenta il dibattito sul vero significato della dottrina "America First", che per molti sostenitori del presidente, come l'ex deputata Marjorie Taylor Greene, rappresenta proprio il tipo di azione diretta e spregiudicata messa in atto contro Caracas. Il cinguettio trionfante della Greene, giunto poco prima dell'annuncio dell'operazione, celebrava infatti quella che veniva percepita come la volontà di "porre fine" a governi ostili, un sentimento diffuso in una parte della base elettorale. L'accumularsi di centinaia di interventi militari o di pressione durante la presidenza Trump, tuttavia, dipinge un quadro che sembra contraddire l'idea di un disimpegno dagli affari mondiali, configurando piuttosto un imperialismo di nuovo conio, fragile e volubile ma non per questo meno pericoloso, che sta riscrivendo le regole del gioco su scala planetaria.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.