Il ritorno della storia e l’Europa dimezzata tra deregulation e geometrie variabili

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   C’è un passaggio, nell’intervento di Marco Buti e Marcello Messori, che meriterebbe una riflessione più profonda di quelle che si rincorrono nei salotti televisivi e nei commenti a caldo dopo l’ultimo Consiglio europeo. I due economisti evocano il Visconte dimezzato di Italo Calvino per descrivere una certa deriva dell’Unione, ma il rischio, a guardare i fatti di questi giorni, è che l’Europa somigli piuttosto al Barone rampante, quel Cosimo Piovasco di Rondò che trascorre l’intera esistenza tra i rami, osservando il mondo da lontano senza mai toccare terra -3. E a terra, nel frattempo, il motore della storia ha ripreso a rombare con prepotenza, portando con sé guerre, crisi energetiche e un nuovo disordine globale che richiederebbe scelte politiche chiare, non ulteriori esercizi di stile normativo.

Il vertice informale di Alden Biesen, nel castello fiammingo che ha ospitato i leader dei Ventisette, doveva servire proprio a questo: a calarsi nel fango della realtà per capire come rendere l’industria europea capace di competere con gli Stati Uniti e con la Cina. Invece, ancora una volta, si è discusso di procedure, di soglie, di tetti massimi per il tonnellaggio dei tir o di accise sugli alcolici, come se l’omogeneità delle regole tecniche potesse da sola risolvere il divario tecnologico e produttivo accumulato in vent’anni di rincorsa -3. Ursula von der Leyen, dal canto suo, ha annunciato per marzo una tabella di marcia per il mercato unico, con l’obiettivo – encomiabile sulla carta – di completare entro giugno la prima fase dell’Unione del Risparmio e degli Investimenti, che dovrebbe integrare i mercati finanziari e armonizzare la supervisione -1. Peccato che, se il passo dovesse rivelarsi troppo lento per tutti, la presidente della Commissione abbia già pronto un piano B: la cooperazione rafforzata, quel meccanismo introdotto dal Trattato di Amsterdam nel 1997 che consente ad almeno nove Stati membri di procedere più speditamente, lasciando indietro chi non è pronto o non vuole accelerare -1-9.

Si tratta, per chi ha memoria dei negoziati europei, di un ritorno alle geometrie variabili che negli anni Novanta sembravano l’unica via per gestire un allargamento a est ormai imminente -2. E che oggi, complice l’asse italo-tedesco rinsaldato dagli incontri tra Giorgia Meloni e Friedrich Merz, tornano di moda come possibile chiave di volta per superare lo stallo -4. Ma è davvero questa la risposta alle sfide poste dal ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca, con la sua politica commerciale aggressiva e la sua visione bilaterale dei rapporti di forza? O non si tratta piuttosto dell’ennesimo tentativo di aggirare l’ostacolo senza affrontare il nodo politico di fondo, cioè la mancanza di una capacità fiscale centrale e di strumenti comuni di debito per finanziare beni pubblici europei? -6-8.

La trappola della deregulation e il fantasma del protezionismo nazionale

Il documento informale presentato da Italia e Germania in vista del vertice punta molto sulla deregolamentazione come leva per liberare le energie imprenditoriali, e in questo trova un alleato insperato nella crociata anti-burocrazia che von der Leyen ha rilanciato con forza, promettendo di fare piazza pulita di regole obsolete e di creare addirittura un ventottesimo regime di diritto societario, battezzato EU Inc., che dovrebbe consentire a un’impresa di operare in tutta l’Unione registrandosi in quarantotto ore -9. L’intenzione è chiara: ridurre quei famigerati dazi interni che, secondo le stime del Fondo monetario internazionale, equivalgono a barriere del 45 per cento per le merci e del 110 per cento per i servizi, ostacolando la nascita di campioni europei in grado di competere su scala globale -9. Eppure, come fanno notare Buti e Messori in un’analisi pubblicata dall’Istituto di politica europea dell’Università Bocconi, la strada maestra non può essere quella di un allentamento generalizzato delle regole sugli aiuti di Stato, perché si rischierebbe di accentuare le asimmetrie tra Paesi con più spazio fiscale, come la Germania, e quelli, come l’Italia, che hanno le mani legate dall’alto debito pubblico -6. Il paradosso, semmai, è che molti dei cosiddetti dazi interni non dipendono dalla legislazione europea, ma dalla mancata o distorta applicazione delle direttive da parte degli Stati membri: il caso delle concessioni balneari in Italia, più volte richiamato a Bruxelles come esempio di resistenza nazionale al diritto della concorrenza, ne è la dimostrazione più lampante -3-6.

Ciò che emerge dal dibattito di questi giorni, al di là delle dichiarazioni di circostanza e dei comunicati stampa, è la difficoltà dell’Unione a elaborare una strategia industriale coerente in un contesto geopolitico che cambia con una velocità impressionante. Mario Draghi, intervenendo di persona al vertice di Alden Biesen, ha messo in guardia i leader dal deterioramento del quadro economico globale, ribadendo l’urgenza di ridurre le barriere nel mercato unico e di canalizzare i risparmi privati verso investimenti produttivi -4. Enrico Letta, dal canto suo, ha insistito sulla necessità di passare da ventisette mercati frammentati a uno solo, soprattutto nei settori strategici dove l’Europa rischia di perdere definitivamente il passo rispetto ai concorrenti americani e cinesi -4. Parole sacrosante, che però si scontrano con la realtà di un Consiglio europeo in cui le divisioni rimangono profonde e in cui persino la convocazione di un pre-vertice ristretto, voluto da Meloni e Merz, ha suscitato le proteste della Spagna di Pedro Sánchez, timorosa di restare esclusa dai giochi che contano -4.

L’ombra di Trump e il nodo irrisolto del debito comune

Sullo sfondo, naturalmente, c’è il fattore Trump: il ritorno del tycoon alla Casa Bianca ha impresso un’accelerazione improvvisa a molti processi, costringendo l’Europa a fare i conti con un alleato divenuto imprevedibile e con la necessità di diversificare le proprie relazioni commerciali per proteggersi da eventuali dazi e ritorsioni -1. Ma la risposta europea, per ora, appare timida e frammentata: si parla di rafforzare la cooperazione con altri partner affidabili, si studiano clausole di preferenza europea negli appalti pubblici, si prova a tenere aperto il dialogo con Pechino, ma manca ancora quel salto di qualità che consentirebbe di parlare con una voce sola in un mondo che parla il linguaggio della potenza -8-9. E manca soprattutto la volontà politica di affrontare il tema del debito comune, che per Draghi e Letta resta la precondizione per qualsiasi politica industriale degna di questo nome, mentre per Paesi frugali come i nordici e per la stessa Germania di Merz rimane un tabù difficile da infrangere -4-6.

La sensazione, insomma, è che l’Europa continui a vivere sugli alberi, per restare nella metafora calviniana, elaborando complicate architetture giuridiche e tecnicismi raffinati mentre il mondo là sotto cambia radicalmente pelle. Il rischio concreto è che la cooperazione rafforzata, lungi dall’essere lo strumento per accelerare l’integrazione, diventi la foglia di fico per nascondere l’incapacità di agire tutti insieme, legittimando di fatto un’Europa a due o più velocità in cui i Paesi più forti corrono da soli e gli altri arrancano nel tentativo di tenere il passo -2. Una prospettiva che, se da un lato può accontentare chi da sempre sogna un nucleo duro di Paesi pronti a integrarsi più velocemente, dall’altro rischia di frantumare quel poco di coesione che rimane, rendendo l’Unione ancora più debole e vulnerabile di fronte alle sfide esterne -7. E allora forse varrebbe la pena di scendere dagli alberi, smetterla con le esercitazioni accademiche e darsi finalmente una politica, nel senso più alto del termine: quella che sa scegliere, che assume rischi e che non ha paura di chiamare le cose con il loro nome.

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