La Danimarca e il piano segreto per sabotare le piste della Groenlandia

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Nel gennaio scorso, mentre le parole di Donald Trump sulla necessità di acquisire la Groenlandia si facevano sempre più insistenti – al punto da far temere un intervento militare imminente – la Danimarca ha messo in atto un piano di emergenza segreto. Un’inchiesta della televisione pubblica danese DR, basata su dodici fonti governative e militari di alto livello, ha rivelato che Copenaghen aveva inviato sull’isola truppe equipaggiate con esplosivi e sacche di sangue, pronte a far saltare le piste di atterraggio per impedire un’invasione da parte degli Stati Uniti.

L’operazione “Arctic Endurance” come copertura strategica

Ciò che era stato presentato ufficialmente come un’esercitazione congiunta della Nato, denominata “Arctic Endurance”, nascondeva in realtà un’operazione difensiva ben più concreta. Sotto quella copertura, un contingente di soldati danesi – affiancato da forze speciali francesi, tedesche e svedesi – è stato dispiegato a Nuuk e a Kangerlussuaq. Il vero obiettivo, come hanno confermato fonti anonime alla DR, era alzare il costo politico e militare di un eventuale attacco statunitense: gli esplosivi portati con sé servivano a distruggere le infrastrutture aeroportuali, rendendo di fatto impossibile l’atterraggio di aerei militari americani. Le sacche di sangue, d’altro canto, rappresentavano la consapevolezza che un conflitto con l’alleato storico avrebbe potuto causare vittime, una prospettiva che la leadership danese non poteva ignorare.

L’effetto Venezuela e la svolta di gennaio

Il punto di svolta, secondo la ricostruzione fornita dalle fonti, è stato il 3 gennaio, con l’operazione statunitense in Venezuela che ha portato alla cattura di Nicolás Maduro. Il giorno successivo, le dichiarazioni di Trump sull’intenzione di “occuparsi della Groenlandia” hanno smesso di suonare come una mera provocazione retorica. “Quando Trump continua a dire di voler prendere la Groenlandia, e poi accade quello che è accaduto in Venezuela, siamo stati costretti a prendere sul serio tutti gli scenari”, ha dichiarato una fonte dell’apparato di sicurezza danese alla tv DR. Fu in quel clima di tensione che Copenaghen attivò i canali diplomatici segreti, chiedendo sostegno politico e militare a Parigi, Berlino e ai paesi nordici.

Le implicazioni per l’architettura di sicurezza occidentale

L’esistenza di un piano del genere, che prevedeva di combattere contro gli Stati Uniti – il principale garante della sicurezza Nato – fotografa la gravità della frattura apertasi all’interno dell’alleanza atlantica. Le fonti danesi citate dall’inchiesta hanno sottolineato come ci si trovasse in una situazione “non vissuta dall’aprile del 1940”. La strategia di Copenaghen, pur nella consapevolezza dell’impossibilità di prevalere militarmente contro Washington, mirava a rendere un’invasione così costosa e politicamente dirompente da scoraggiare qualsiasi azione unilaterale. L’invio di truppe con esplosivi e la mobilitazione di una nave da guerra francese nell’Atlantico settentrionale avevano lo scopo di inviare un segnale inequivocabile: la sovranità del territorio non sarebbe stata ceduta senza una reazione armata.

La de-escalation dopo le rassicurazioni di Trump

Le tensioni si sono gradualmente attenuate solo dopo il 21 gennaio, quando Trump, intervenendo al Forum economico mondiale di Davos, ha annunciato un “accordo quadro” con la Nato e ha ritirato le minacce più esplicite di azione militare. Nonostante la de-escalation, l’inchiesta della DR ha rivelato che la prontezza operativa delle truppe era tale che, per settimane, il dispiegamento dei soldati e degli esplosivi in Groenlandia è rimasto in vigore, in attesa di sviluppi. L’operazione dimostra come la Danimarca abbia concretamente valutato lo scenario peggiore – un conflitto con il proprio alleato – e si sia preparata a gestirlo con mezzi propri, cercando al contempo di costruire un fronte europeo coeso di fronte alle pressioni di Washington.

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