La memoria della Shoah tra i numeri di un popolo che non si è ancora ripreso e la sfida esistenziale di Israele

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Israele si è fermato per due minuti, come ogni anno al suono della sirena che squarcia il silenzio del mattino, e in quell’istante di sospensione perfino le autostrade sono rimaste immobili per onorare i sei milioni di ebrei sterminati dal regime nazista. Una commemorazione, quella di Yom HaShoah caduta quest’anno il 14 aprile, che ha assunto toni particolarmente intensi alla luce del conflitto tuttora in corso: da un lato la guerra contro Hamas, conseguenza diretta del massacro del 7 ottobre 2023, dall’altro la sfida esistenziale rappresentata dall’Iran e dai suoi alleati regionali come Hezbollah. Lunedì 13 aprile, nella sede della Comunità ebraica di Milano, si è tenuta una cerimonia analoga, dove il presidente Walker Meghnagi e il rabbino capo Alfonso Arbib hanno acceso le candele in una sala raccolta, interrompendo il silenzio solo con la forza delle parole e delle testimonianze.

Il paragone storico di Netanyahu e la minaccia nucleare iraniana

Nel discorso tenuto in occasione della Giornata della Memoria, il primo ministro Benjamin Netanyahu ha tracciato un parallelismo netto – e volutamente provocatorio – tra il genocidio nazista e le intenzioni attribuite all’attuale regime di Teheran. «Se non avessimo agito, se non avessimo preso in mano il nostro destino, i nomi di Isfahan, Natanz, Fordow e Bushehr sarebbero stati ricordati in futuro come Auschwitz, Majdanek e Sobibor», ha dichiarato, citando i principali siti nucleari iraniani come potenziali nuovi luoghi di sterminio. Una frase, questa, che riassume la dottrina di sicurezza israeliana: impedire a ogni costo che la comunità ebraica possa mai più trovarsi nella condizione di vittima inerme. «In ogni generazione i nemici insorgono contro di noi», ha aggiunto Netanyahu, «in questa generazione, noi siamo insorti contro di loro». Il premier ha ribadito che lo Stato ebraico non permetterà un “secondo Olocausto”, riferendosi in particolare alla volontà di distruzione più volte espressa dai vertici della Repubblica Islamica.

Numeri che raccontano una ferita ancora aperta

A rendere ancora più tangibile il peso della storia sono i dati diffusi domenica dall’Ufficio Centrale di Statistica israeliano, secondo i quali la popolazione ebraica mondiale ammonta oggi a 15,8 milioni di persone. Una cifra, questa, che rimane drammaticamente inferiore a quella registrata prima della Seconda Guerra Mondiale, quando nel 1939 si contavano circa 16,6 milioni di ebrei nel mondo. La ricostruzione demografica, insomma, non è ancora completata a ottant’anni di distanza. Di questi 15,8 milioni, circa 7,2 milioni vivono in Israele (pari al 45% del totale) mentre 6,3 milioni risiedono negli Stati Uniti (40%). Una concentrazione che lascia il resto della diaspora – dalla Francia (436.000 anime) al Canada (407.000), passando per il Regno Unito e l’Argentina – in quote decisamente minoritarie. Un dato particolarmente toccante riguarda poi i sopravvissuti: in Israele vivono attualmente tra i 109.000 e i 111.000 testimoni diretti della Shoah, con un’età media che si aggira attorno agli 88 anni. Di loro, almeno 86 sono stati uccisi durante gli attacchi del 7 ottobre e nella guerra che ne è seguita, un’ironia crudele che lega indissolubilmente la memoria del passato alla cronaca del presente.

Il significato del “mai più” in un paese in guerra

La commemorazione di Yom HaShoah arriva per Israele in un momento di profonda tensione internazionale, aggravato dal recente alto al fuoco di due settimane con gli Stati Uniti e l’Iran, una tregua che resta però fragilissima mentre i combattimenti con Hezbollah infuriano al confine libanese. La scelta del tema annuale da parte dello Yad Vashem – «La famiglia ebraica durante la Shoah» – ha voluto sottolineare la frattura dei legami più intimi causata dalla macchina dello sterminio nazista, ma anche la straordinaria capacità di resistere e di ricostruire. Per le nuove generazioni di israeliani, quelle che si preparano a indossare l’uniforme o che hanno già perso amici negli attacchi missilistici e nelle incursioni di Hamas, l’equazione tra passato e presente non è solo retorica politica: è la consapevolezza quotidiana che l’esistenza dello Stato rappresenta l’unica garanzia contro il ripetersi di quelle atrocità. La sirena che ferma il paese per due minuti, insomma, suona oggi in un contesto bellico dove il “mai più” si traduce in termini operativi, nella dottrina della difesa preventiva e nella determinazione a colpire per primi le minacce prima che diventino esistenziali.

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