Come insegnare la Shoah dopo il 7 ottobre, la sfida per la scuola tra memoria e presente
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Redazione Interno
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La domanda, che attraversa le aule e inquieta i docenti, è se e come sia ancora possibile parlare della Shoah dopo gli eventi del 7 ottobre e il conflitto a Gaza. Un interrogativo cui hanno cercato di rispondere, in un webinar organizzato a metà gennaio dall'associazione Clio '92, storici del calibro di Anna Foa e David Bidussa, partendo proprio dalle perplessità espresse da un gruppo di insegnanti. Quello che emerge, al di là delle difficoltà, è la necessità di un ripensamento, quasi un obbligo morale, che costringa a guardare alla didattica della memoria senza più certezze precostituite.
Uno spartiacque per i memoriali
Il pogrom del 7 ottobre, con la sua brutalità pianificata, ha agito come un catalizzatore, mostrando con tragica evidenza quanto alcuni approcci commemorativi fossero ormai sterili e inefficaci. Molti musei e luoghi della memoria, secondo questa analisi, si erano adagiati su una narrazione che, seppur dolorosa, rischiava di chiudere la storia in un passato considerato concluso. Invece, ciò che i visitatori – e soprattutto gli studenti – dovrebbero comprendere è che le ideologie che condussero allo sterminio di sei milioni di ebrei non sono reliquie polverose, ma trovano ancora, in alcune parti del mondo, chi le insegna, le diffonde e persino le celebra. La fotografia storica del Gran Mufti di Gerusalemme Amin al-Husseini insieme a Adolf Hitler, del 1941, non è quindi un semplice reperto d'archivio, ma un monito sui legami, perversi e duraturi, che possono intrecciarsi tra odio antisemita e progetti politici.
Insegnare il genocidio per capire il presente
L'impatto di quegli attacchi sull'opinione pubblica globale è stato profondo, modificando in modo permanente anche la percezione dell'Olocausto nelle scuole. Si è aperto un dibattito, a volte sofferto, sull'utilità stessa di continuare a insegnare quel genocidio, mentre un altro dramma si consuma sotto i nostri occhi. La risposta, però, non può che passare attraverso un rafforzamento della didattica, che però deve cambiare basi e prospettiva. Il punto non è commemorare per un senso di dovere, bensì fornire gli strumenti critici per riconoscere i meccanismi che portano alla disumanizzazione dell'altro e, in definitiva, allo sterminio. Solo comprendendo davvero cos'è un genocidio, nelle sue fasi e nella sua logica perversa, si può tentare di decifrare la complessità del presente, senza facili paragoni ma anche senza alibi per l'indifferenza.
Il rischio della distorsione e la lezione di Levi della Torre
Proprio il 7 ottobre ha portato alla luce, secondo alcuni studiosi, una retorica distorcente che serpeggia a volte anche nell'educazione sulla Shoah: quella che, attraverso una lente di vittimismo persistente, finisce per minimizzarne il significato universale, riducendolo a una questione identitaria circoscritta. Contro queste derive, il richiamo alla chiarezza storica è essenziale. In questa direzione si è mosso l'intervento del saggista Stefano Levi della Torre, il quale, in un incontro al teatro San Carlino, ha offerto una chiave di lettura netta: quanto accade a Gaza non è equiparabile alla Shoah, ha sottolineato, ma è tuttavia confrontabile. Un confronto che deve avvenire nella piena consapevolezza delle differenze, che sono abissali, ma anche di alcune tragiche somiglianze nei processi che precedono la violenza di massa. Ricordare la Shoah oggi, ha spiegato, significa soprattutto ricordare "a quale crollo di civiltà" condussero le dittature, avvalendosi del consenso o dell'indifferenza delle persone comuni verso la persecuzione delle minoranze.




