Svolta di Trump sul petrolio russo, l’Europa insorge: «Così si finanzia la guerra di Putin»

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La decisione presa dall’amministrazione Trump, consistente nel rilasciare una licenza trentennale che di fatto sospende le sanzioni per l’acquisto di greggio di origine russa attualmente bloccato sulle petroliere in mare, ha scatenato una reazione immediata e durissima da parte dei leader europei. Il provvedimento, pensato per arginare la crisi energetica innescata dalla chiusura dello Stretto di Hormuz – conseguenza diretta del conflitto con l’Iran che ha fatto balzare il prezzo del Brent oltre la soglia psicologica dei cento dollari al barile – consente la commercializzazione del petrolio imbarcato prima del 12 marzo, e lo farà fino al prossimo 11 aprile. La mossa della Casa Bianca, sebbene presentata come temporanea e mirata a calmierare un mercato in subbuglio, è stata letta a Bruxelles come una frattura profonda nel fronte occidentale, un cedimento che rischia di rimettere in circolo miliardi di euro nelle casse del Cremlino, proprio mentre Mosca prosegue la sua offensiva in Ucraina.

«Un grave errore che indebolisce la nostra sicurezza», la protesta di Costa e dei leader Ue

Il presidente del Consiglio Europeo, António Costa, non ha usato mezzi termini nel commentare la scelta unilaterale di Washington, definendola «motivo di grande preoccupazione» per le ripercussioni dirette che essa ha sulla sicurezza del continente. «Indebolire le sanzioni – ha dichiarato Costa – significa aumentare le risorse a disposizione della Russia per portare avanti la sua guerra di aggressione», un’analisi che trova concorde il cancelliere tedesco Friedrich Merz, il quale ha bollato l’iniziativa come «sbagliata», sottolineando come l’attuale crisi dei prezzi non possa essere risolta semplicemente rimettendo in moto il commercio energetico con Mosca. Anche il presidente francese Emmanuel Macron ha voluto ribadire con forza che non esiste alcuna giustificazione per allentare la pressione economica sul Cremlino, un principio che il G7 aveva finora sostenuto in modo coeso e che ora, con questa deroga, viene messo in discussione.

La crisi di Hormuz e l’incubo dei cento dollari al barile

All’origine della brusca inversione di rotta voluta da Trump vi è l’impennata dei prezzi energetici seguita al blocco de facto dello Stretto di Hormuz, un passaggio cruciale per il trasporto del greggio mondiale. Con le tensioni in Medio Oriente che hanno ridotto i flussi e fatto schizzare le quotazioni, l’amministrazione americana ha cercato una valvola di sfogo immediata, autorizzando l’immissione sul mercato di circa 124 milioni di barili di origine russa che rischiavano di rimanere invenduti, una quantità che gli analisti stimano sufficiente a coprire appena cinque o sei giorni del fabbisogno globale. Il segretario al Tesoro, Scott Bessent, ha ammesso che si tratta di una misura «sfortunata» perché consente a Mosca di guadagnare, ma l’ha difesa come necessaria per evitare uno shock sistemico peggiore, in un contesto in cui il prezzo del greggio ha toccato picchi che non si vedevano dall’inizio della guerra in Ucraina.

Il tesoretto di Mosca, guadagni straordinari dalla crisi mediorientale

Secondo le stime del centro di ricerca finlandese CREA, dalla fine di febbraio a oggi, complice il rincaro delle materie prime, la Federazione Russa ha incassato dalle esportazioni di combustibili fossili circa sei miliardi di euro in più rispetto al periodo precedente, una cifra che rischia di lievitare ulteriormente grazie alla deroga concessa da Washington. Volodymyr Zelensky, nel corso di una conferenza stampa congiunta con Macron, ha quantificato in dieci miliardi di dollari il potenziale beneficio per le casse del Cremlino derivante da questa sola operazione, sottolineando amaramente come questa mossa «non aiuti certo la pace». L’ira di Kiev e dei suoi alleati europei nasce proprio dalla consapevolezza che ogni barile venduto rappresenta un finanziamento indiretto allo sforzo bellico russo, un paradosso che vede gli Stati Uniti alleggerire la pressione sull’economia di Putin proprio mentre l’Ue cerca di chiudere il rubinetto delle proprie importazioni energetiche, con l’obiettivo di azzerare il gas russo entro il 2027.

La replica del Cremlino, Peskov plaude alla scelta di Washington

A Mosca, la decisione è stata accolta con prevedibile favore. Il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha dichiarato che la mossa statunitense rappresenta un tentativo di stabilizzare i mercati globali, un obiettivo in cui Russia e America condividono oggettivamente lo stesso interesse. Senza volumi significativi di idrocarburi russi, ha aggiunto Peskov, qualsiasi tentativo di normalizzare le quotazioni sarebbe destinato a fallire. Questo scambio di vedute, che arriva dopo i recenti contatti telefonici tra lo stesso Trump e Vladimir Putin, evidenzia una dinamica nuova: da un lato l’America che, per proteggere la propria economia interna e i consumatori, è disposta a sacrificare la linea dura su Mosca; dall’altro l’Europa che si trova sempre più isolata nel tentativo di mantenere in piedi l’architettura delle sanzioni, convinta che un cedimento sul fronte energetico non farebbe che allungare i tempi del conflitto.

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