L'ingegneria finanziaria per gli asset russi, tra rischi legali e la nuova realtà politica

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   L'Unione Europea, mentre elabora complessi piani di ingegneria finanziaria per destinare a Kiev i proventi degli asset russi congelati, si scontra con una duplice e cruda realtà: l'operazione, tecnicamente intricata, è lastricata di rischi giuridici ed economici potenzialmente dirompenti, e il contesto geopolitico, con Donald Trump nuovamente alla Casa Bianca e impegnato in trattative dirette con la Russia di Vladimir Putin, relega Bruxelles a un ruolo di spettatore. Agli annunci della presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, sull'imminenza di un testo giuridico per l'utilizzo di quei beni, ha fatto eco la gelida risposta di Euroclear, il depositario belga presso il quale è custodita la maggior parte di quegli strumenti finanziari, il quale ha messo in guardia dalle conseguenze di quello che non esita a definire un esproprio, paventando ripercussioni sull'operare degli investitori stranieri in Europa e, non da ultimo, sulla fiducia nell'euro.

I pericoli evocati dai depositari

La posizione di Euroclear, che alcuni considerano eccessivamente cauta ma che altri giudicano lungimirante, delinea uno scenario nel quale qualsiasi mossa unilaterale dell'Unione potrebbe innescare una reazione a catena di ritorsioni legali, con maxi-richieste di risarcimento davanti a tribunali internazionali e possibili tumulti finanziari difficilmente prevedibili. Non esiste, d'altronde, una soluzione che escluda sul nascere tali evenienze, per quanto si cerchino di approntare stratagemmi in grado di ridurne al minimo la portata. L'impellente necessità di reperire fondi per l'Ucraina, un tempo priorità assoluta, deve ora fare i conti con una prudenza dettata dalla consapevolezza che l'architettura finanziaria globale è un sistema delicato, nel quale un singolo atto percepito come arbitrario potrebbe minare credibilità consolidate in decenni.

L'isolamento geopolitico e le divisioni interne

A complicare ulteriormente il quadro, contribuendo a quel senso di irrilevanza che serpeggia nelle capitali europee, vi è la constatazione che i negoziati cruciali per il futuro dell'Ucraina si stiano svolgendo ormai altrove, in canali diretti tra Mosca e Washington, lasciando l'Unione a tuonare in un vuoto che essa stessa scopre con stupore. Le recenti dichiarazioni di Kallas, che ha sostenuto come non possa esservi pace senza il coinvolgimento di Bruxelles, suonano come un piagnisteo di fronte a una realtà dei fatti che procede in direzione opposta. A questa emarginazione sul piano internazionale si sommano, poi, profonde spaccature all'interno del blocco stesso, dove il Belgio, per voce del suo governo, si è detto contrario alla strategia proposta, chiedendo garanzie economiche concrete agli altri Stati membri per proteggersi da eventuali contenziosi.

Il conto per i contribuenti europei

La richiesta belga, peraltro legittima, si traduce nella pratica in un onere aggiuntivo che rischia di ricadere inevitabilmente sui cittadini europei, i quali potrebbero trovarsi a dover sostenere nuove stangate fiscali per coprire i buchi di un'operazione finanziaria senza precedenti. Il presidente del Consiglio europeo, Antonio Costa, pur insistendo sulla rischiosa strategia, deve dunque navigare in acque insidiose, bilanciando l'urgenza di un sostegno a Kiev con la necessità di tenere coeso un gruppo di paesi sempre più diviso e preoccupato per le ripercussioni economiche. Il conto alla rovescia che separa l'Europa dalla decisione finale, pertanto, non scandisce solo il tempo per un atto di forza finanziario, ma anche quello per una presa di coscienza circa i propri limiti di azione e la propria autonomia in un mondo che cambia rapidamente.

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