La Nasa torna sulla luna ma il rapporto dell’Ispettorato gelido: nessun piano di salvataggio per gli astronauti in caso di emergenza

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Redazione Scienza e Tecnologia Redazione Scienza e Tecnologia   -   Mentre la finestra di lancio per Artemis II, la prima missione con equipaggio dopo cinquant’anni, si stringe attorno ai primi di aprile, l’ente spaziale statunitense deve fare i conti con una realtà ben più complessa delle attese. Un dossier appena pubblicato dall’Ufficio dell’Ispettore Generale della Nasa ha fotografato con durezza lo stato dell’arte del programma lunare, e lo scatto non è dei migliori. Nonostante i progressi tecnici e l’entusiasmo che circonda il ritorno degli americani sul suolo lunare, l’analisi condotta dai revisori interni ha messo in luce quella che definiscono una “lacuna” profonda nell’architettura di sicurezza delle missioni. Se un imprevisto dovesse verificarsi, che sia nello spazio profondo o sulla superficie della Luna, per gli astronauti non esisterebbe alcuna rete di protezione. Non c’è, a oggi, un piano B. Non c’è una capacità di salvataggio, un concetto che può apparire scontato sulla Terra ma che, a un quarto di milione di miglia di distanza, diventa un’equazione dalla soluzione drammaticamente complessa.

L’eredità ingombrante delle Apollo e il nodo dei lander

Il rapporto dell’Ispettorato, nel suo realismo crudo, sottolinea un paradosso: dalle missioni Apollo, concluse nel 1972, la Nasa non ha sviluppato strumenti operativi per gestire un’emergenza in grado di mettere fuori uso il veicolo di rientro. È un retaggio che pesa come un macigno, perché allora come oggi, se il modulo lunare o la capsula Orion dovessero subire un guasto catastrofico ma non immediatamente fatale, l’equipaggio sarebbe semplicemente abbandonato al proprio destino. Il focus dell’attenzione si è concentrato in particolare sui lander umani, quelli che dovranno effettivamente portare i boots on the ground. SpaceX, con il suo Starship alto quanto un palazzo di quattordici piani, e Blue Origin, con il più compatto Blue Moon, sono i due colossi privati chiamati a risolvere l’enigma. Eppure, proprio su questi veicoli si addensano le nubi più scure. Per Starship, ad esempio, l’accesso alla superficie è affidato a un ascensore esterno di trentacinque metri. Un congegno che, in caso di blocco, lascerebbe gli astronauti intrappolati sul suolo lunare senza una via di fuga alternativa. Un rischio che il programma HLS (Human Landing System) ha ufficialmente classificato come “massimo”.

La revisione del programma e il nuovo ruolo di Artemis III

Proprio alla luce di queste criticità, e non solo per i ritardi accumulati con il razzo SLS e le sue perdite di elio, l’amministratore della Nasa ha impresso una svolta decisa all’intera architettura delle missioni. Il piano originale, che vedeva in Artemis III il primo allunaggio, è stato superato. Adesso, quella stessa missione – prevista per il 2027 – assumerà un ruolo diverso, quasi di prova generale. Gli astronauti a bordo di Orion rimarranno in orbita terrestre bassa per simulare le manovre di rendez-vous e attracco con i lander commerciali, testando i sistemi di supporto vitale e le nuove tute spaziali. È una scelta che sa di autoconservazione: verificare ogni connessione, ogni gancio meccanico, ogni valvola, prima di lanciarsi in un’impresa che non concede margini di errore. Il primo allunaggio, dunque, slitta ufficialmente ad Artemis IV, sempre nel 2028, con l’obiettivo dichiarato di trasformare poi i successivi decolli in una cadenza annuale.

I rischi del suolo lunare e le sfide ingegneristiche

Ma i problemi, come emerge chiaramente dall’analisi dei tecnici, non si limitano alla meccanica celeste o ai motori. C’è il nemico silenzioso, quello che gli ingegneri chiamano “ambiente operativo”. Il polo sud lunare, meta ambita per la presenza di ghiaccio d’acqua, è un territorio ostile come pochi. Pendenze che raggiungono i venti gradi e massi sparsi mettono a dura prova la stabilità di qualsiasi mezzo. Per un gigante come Starship, alto 52 metri, il rischio di ribaltamento durante la fase di touch-down è concreto e monitorato con ansia: le specifiche Nasa impongono una tolleranza al rollio non superiore agli otto gradi, e il margine è stretto. Anche Blue Moon, pur nella sua sagoma più tozza, deve vedersela con queste variabili. Le analisi di sopravvivenza dell’equipaggio, denuncia il rapporto, risultano ancora immature: valutano la prevenzione dell’incidente, ma non ciò che accade dopo, se l’emergenza si protrae nel tempo. Non esiste, al momento, una strategia per tenere in vita gli astronauti per ore o giorni in attesa di un ipotetico soccorso, semplicemente perché quel soccorso non può materializzarsi.

Il confronto con Apollo e l’assenza di un “piano B”

La verità, nuda e cruda, è che l’esplorazione umana dello spazio profondo resta un azzardo calcolato. I revisori interni della Nasa lo hanno scritto nero su bianco, senza giri di parole: per un astronauta in difficoltà sulla Luna, oggi non ci sarebbe alcuna capability di salvataggio. È una consapevolezza che apparteneva anche agli ingegneri degli anni Sessanta, ma che stride con le promesse di un ritorno stabile e permanente. Mentre a Cape Canaveral si riparano le valvole dell’SLS e si incrociano le dita per aprile, il rapporto dell’Ispettore Generale suona come un campanello d’allarme. I passi avanti nella standardizzazione dei vettori e nell’accelerazione dei voli sono innegabili, ma la strada per garantire un margine di sicurezza accettabile – quel famoso “single failure tolerance” – sembra ancora in salita. E in salita ripida, verrebbe da dire, con un ventiquattromila gradi di inclinazione.

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