Biennale di Venezia, l’arte contesa: sit-in e “drone chorus” contro il padiglione israeliano
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Cultura e Spettacolo
-
Venezia. Mentre i cancelli dei Giardini si aprivano per l’anteprima riservata alla stampa e agli addetti ai lavori della 61ª Esposizione Internazionale d’Arte, la laguna è stata scossa da un’azione collettiva che nulla ha da invidiare, per intensità drammatica, a una delle performance in mostra. Circa duecento persone, promosse dalla piattaforma “Art Not Genocide Alliance” (Anga), hanno dato vita a un pomeriggio di alta tensione politica, mirato a contestare apertamente la presenza dello Stato israeliano nella manifestazione veneziana. Il corteo, snodandosi dalle vicinanze della Sala d’armi dell’Arsenale fino a raggiungere il Padiglione di Israele, ha esposto striscioni eloquenti recanti le scritte “Stop genocide” e “No artwashing genocide”, trasformando quello che doveva essere un rito di celebrazione dell’estetica globale in un palcoscenico di denuncia geopolitica.
Il “Drone Chorus” e la frattura interna al mondo dell’arte
Non si è trattato, occorre sottolinearlo, di una protesta generica orchestrata da militanti esterni. A incrociare le braccia o a sfilare in silenzio erano presenti numerosi protagonisti della stessa kermesse. Una sessantina di artisti, molti dei quali figurano tra i partecipanti alla mostra internazionale curata dal team della compianta Koyo Kouoh, hanno aderito a un’azione intitolata “Solidarity Drone Chorus”. A loro si sono aggiunti curatori e art workers, come dimostra la partecipazione di figure che avevano già messo nero su bianco il loro dissenso nei mesi scorsi; basti pensare alla lettera aperta di marzo, firmata da oltre 178 addetti ai lavori (poi lievitata a 230), che chiedeva a gran voce l’esclusione di Israele dall’evento.
Questa frattura, del resto, non emerge dal nulla. Gli attivisti presenti sotto il sole veneziano hanno rilanciato un tema scottante che aleggiava nei palazzi della Biennale già nelle settimane precedenti, ovvero le modalità di inclusione dello Stato ebraico. Secondo quanto riferito dai megafoni della protesta, l’intera giuria della Biennale si sarebbe dimessa in seguito a pressioni legali: l’artista selezionato per rappresentare Israele avrebbe minacciato di ricorrere alla corte dei diritti umani qualora fosse stato escluso, sostenendo che il gesto avrebbe integrato un atto antisemita. Un paradosso, questo, che i manifestanti hanno sottolineato con amarezza, chiedendosi come sia possibile che uno Stato accusato di genocidio possa ottenere l’accesso a un palcoscenico internazionale proprio grazie a una leva giuridica.
L’ombra dello sciopero e la mobilitazione dell’8 maggio
L’azione del 5 maggio, per quanto plastica e visivamente potente, rappresenta soltanto l’antipasto di un’estate di fuoco per l’istituzione lagunare. Il gruppo Anga, con il supporto di realtà sindacali di base come Adl Cobas e dell’Unione Sindacale di Base, ha già convocato uno sciopero generale della filiera culturale per la giornata di venerdì 8 maggio. L’appuntamento, fissato nel pomeriggio in Via Garibaldi a Venezia, prevede un’interruzione di 24 ore delle attività: l’invito esteso ai firmatari della petizione e ai colleghi è quello di “chiudere i propri padiglioni e luoghi di lavoro” per rifiutare quella che definiscono una “normalizzazione del genocidio”. Una mobilitazione, questa, che incrocia anche le agitazioni legate alle condizioni lavorative precarie nel settore, creando un fronte variegato ma determinato.
Un’edizione segnata dal fuoco incrociato delle polemiche
Se il Padiglione israeliano rappresenta l’epicentro dello scontro, il vortex di polemiche che avvolge questa 61ª edizione non si esaurisce certo di fronte alle sole accuse contro Tel Aviv. L’intera soprintendenza di Pietrangelo Buttafuoco si trova a navigare in un campo minato, dove la geopolitica si infrange violentemente contro le sale espositive. Non passa inosservata, infatti, la presenza “controversa” del Padiglione russo, riaperto nonostante la guerra in corso in Ucraina e le minacce della Ue di ritirare i finanziamenti. Una decisione, quella di riammettere Mosca, che ha fatto storcere il naso a più di un osservatore: se la Biennale ha escluso alcuni paesi in passato per ragioni etiche, viene da chiedersi perché oggi venga riservato un trattamento di favore a nazioni protagoniste di conflitti attivi. La concomitanza di questi due fronti (Israele e Russia) rende la kermesse un simbolo vivente delle contraddizioni dell’Occidente, dove il confine tra diplomazia culturale e complicità morale appare più labile che mai.




