La lettera che congela l’arte: dalla Ue un ultimatum per il Padiglione russo alla Biennale di Venezia
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Redazione Interno
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La partita sul futuro del Padiglione della Russia alla Biennale di Venezia, nonostante le rassicurazioni di facciata e le dichiarazioni di principio sulla libertà dell’arte, si è improvvisamente trasformata in una resa dei conti economica dai contorni molto netti. L’Agenzia esecutiva per l’istruzione e la cultura della Commissione europea, rompendo un silenzio che durava da settimane, ha inviato una lettera formale al presidente Pietrangelo Buttafuoco: la procedura per il congelamento – o la revoca – dei fondi è stata ufficialmente avviata. In ballo, spiegano le carte in possesso della stampa, ci sono due milioni di euro di sovvenzione previsti per il triennio 2025-2028, un’ipoteca pesante che pende sulla testa dell’istituzione lagunare.
L’avvertimento, anticipato da «la Repubblica» e confermato dalle agenzie di stampa, concede trenta giorni di tempo alla Fondazione per rimediare. Trenta giorni per decidere se cedere alle pressioni e chiudere lo spazio espositivo di Mosca, oppure tenere duro e rinunciare a quei finanziamenti che, nella prosa gelida della burocrazia europea, vengono considerati a rischio di incompatibilità con il regime sanzionatorio vigente. La posta in gioco, tuttavia, non è solo contabile. La Biennale, attraverso una nota ufficiale, ha già ribadito la propria linea difensiva: nessuna norma violata, piena osservanza delle leggi nazionali e internazionali, e la certezza di poter chiarire le proprie ragioni nei termini stabiliti.
Il muro (a tratti compatto) di Lega e 5 Stelle in difesa di Buttafuoco
Mentre la macchina giudiziaria europea fa il suo corso – lento ma inesorabile – la reazione politica interna si è fatta immediatamente sentire, creando un fronte inusuale ma compatto nella difesa dell’attuale governance della Biennale. Le critiche piovono da più parti: Alberto Stefani, presidente del Veneto, ha lanciato un appello diretto agli europarlamentari italiani affinché reagiscano a quella che definisce una «ingerenza inaccettabile» e un «ricatto» ai danni della principale istituzione culturale nazionale. Più dura e spettacolare, come da copione, la posizione del leader della Lega Matteo Salvini, che ha parlato di «volgare ricatto» da parte di una burocrazia europea «folle», specie in un contesto internazionale già segnato da conflitti caldi come quello in Iran.
Dall’altra parte dell’emiciclo, il Movimento 5 Stelle non ha voluto essere da meno. Il capogruppo al Senato, Luca Pirondini, ha stigmatizzato l’atto come «grave e arrogante», un’ingerenza politica nella libertà culturale degli italiani espressa col linguaggio tipico dei burocrati di Bruxelles. Una polemica, questa, che mette in luce il paradosso di un’Europa che, nelle parole del presidente della Regione Veneto, si trova «confinata ai margini delle trattative» internazionali e sfoga la propria impotenza contro artisti e sportivi. Il fronte compatto, insomma, prova a blindare la poltrona di Buttafuoco, trasformando la vertenza in un simbolo dell’autonomia nazionale contro i diktat esterni, anche se nel silenzio di altri attori come il ministro della Cultura Alessandro Giuli, che aveva inizialmente preso le distanze dalla riapertura al cda.
La voce fuori dal coro di Massimo Cacciari e le sanzioni ucraine
A spezzare la narrazione puramente politica della “vittimizzazione” della cultura interviene, con la consueta forza retorica, il filosofo Massimo Cacciari. Ex sindaco di Venezia e intellettuale di fama internazionale, lo scorso 6 novembre aveva tenuto una lectio magistralis alla Biennale intitolata «La morte dello jus belli», e in queste ore ha definito la posizione europea «insostenibile e retrograda», un atteggiamento che definisce «da Prima guerra mondiale» quando si impedivano i concerti di musicisti nemici. Cacciari, pur elogiando la resistenza di Buttafuoco, offre una lettura più sottile: l’Europa è «vile» e «debole» non tanto perché difende l’arte, ma perché lo fa in modo ipocrita. «Si accanisce solo nei confronti della Russia, mentre non si esprime su Israele», ha tuonato il filosofo, che vede in questo accanimento la spia della grande impotenza politica ed economica del Vecchio Continente.
Mentre l’Europa alza il muro dei due milioni di euro, a est arriva un’altra doccia fredda. L’Ucraina ha deciso di procedere per la sua strada, emanando sanioni dirette contro i protagonisti del padiglione russo. Con un decreto del presidente Volodymyr Zelensky, cinque operatori culturali legati a Mosca sono stati colpiti da restrizioni personali: tra questi figurano la commissaria del padiglione Anastasia Karneeva, l’ex ministro della Cultura Mikhail Shvydkoy e alcuni artisti esposti. La motivazione ufficiale, riportata dal ministro della Cultura ucraino, è che queste personalità «giustificano l’aggressione e diffondono propaganda russa» approfittando della ribalta internazionale della Biennale. Un’azione che rende ancora più infuocato il terreno sul quale si muove la Fondazione veneziana, stretta tra le minacce di Bruxelles, il fuoco amico politico e le ritorsioni dirette di Kiev.




