La Ue congela i fondi alla Biennale: “Via i russi o niente soldi”. E sul caso Israele si alza il coro del “doppio standard”

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Interno Redazione Interno   -   La commissione europea ha deciso di passare dalle parole ai fatti, impugnando la clausola che lega i finanziamenti comunitari al rispetto delle sanzioni internazionali. È arrivata così, a meno di un mese dall’inaugurazione della 61esima Esposizione Internazionale d’Arte, una lettera formale dell’Agenzia esecutiva per l’istruzione e la cultura indirizzata al presidente della Fondazione, Pietrangelo Buttafuoco, nella quale si intima di bloccare la riapertura del Padiglione della Russia. Se l’invito non verrà recepito, la Biennale perderà una sovvenzione di due milioni di euro, una cifra che copre un triennio di attività (dal 2025 al 2028) e che fino a ieri sembrava al sicuro.

Il braccio di ferro, in realtà, era nell’aria da settimane; la stessa premier Giorgia Meloni si trova ora a gestire un dossier scottante in vista dell’incontro con Volodymyr Zelensky, previsto a Palazzo Chigi, dove si parlerà di nuovi aiuti all’Ucraina. Sullo sfondo, l’imbarazzo di chi, come il ministro della Cultura Alessandro Giuli, aveva già preso le distanze dalla gestione dell’affaire, chiedendo invano un cambio di rotta nei confronti di una scelta – quella di riammettere la delegazione di Mosca – ritenuta da molti politicamente incompatibile con la linea atlantista. L’ultimatum, come si legge nella missiva, lascia trenta giorni di tempo per una “retromarcia”, un lasso di tempo strettissimo che rischia di trasformare il pre-apertura del maggio in un campo di battaglia diplomatico prima ancora che artistico.

L’ira di Salvini e il pressing di Orfini

Le reazioni politiche sul fronte interno non si sono fatte attendere, spaccando trasversalmente il panorama parlamentare. Se da un lato il vicepremier Matteo Salvini tuona contro il “volgare ricatto della burocrazia europea”, parlando di una “follia” inaudita per un’istituzione libera come la Biennale, dall’altro lato l’opposizione attacca su un versante completamente diverso. Matteo Orfini, componente della Commissione cultura del Partito Democratico alla Camera, ha infatti sottolineato come l’iniziativa di Bruxelles sia non solo coerente con le sanzioni imposte alla Russia per l’invasione dell’Ucraina, ma rappresenti anche un atto dovuto per sanare una “vicenda gestita molto male dall’inizio dal ministro” Giuli.

Orfini, nel merito, ha usato parole nette per rivendicare la legittimità dell’intervento europeo, pur inserendo una precisazione fondamentale che riguarda il medio oriente. L’esponente dem, infatti, ha invitato a dire basta al “doppio standard” quando si guarda a Israele, un tema caldo che riguarda la selezione dei partecipanti e che già in passato aveva sollevato polemiche simili rispetto all’isolamento culturale di altri Stati. È la stessa accusa, del resto, che arriva anche da altre voci dello schieramento progressista, come Angelo Bonelli, il quale ha denunciato l’ipocrisia di una politica estera che si mostra inflessibile con Mosca ma tace di fronte ad altre crisi umanitarie.

Zaia e la ricerca di una “via d’uscita”

A provare a gettare acqua sul fuoco è il presidente dell’assemblea legislativa del Veneto, Luca Zaia, che già lo scorso 12 marzo aveva definito “inaccettabile” la minaccia del taglio dei fondi. Ora che il temporale è arrivato, come lui stesso ammette – “quelle che erano nubi all’orizzonte si sono trasformate in un temporale” – la sua posizione resta ancorata alla speranza di una mediazione. Zaia, che è anche un ex componente del Consiglio di amministrazione della Biennale, lancia un appello diretto ai due principali attori della contesa: da una parte il ministro Giuli, dall’altra il presidente Buttafuoco, invitandoli a trovare una “via d’uscita ragionevole”.

Il punto, nelle parole del rappresentante della Lega, è che la chiusura del padiglione russo potrebbe scatenare un effetto domino pericoloso, trasformando la kermesse veneziana in un’arena di “liste di proscrizione” che finirebbero per cancellare quella libertà espressiva che storicamente ha contraddistinto l’evento. “La mia filosofia”, ha spiegato, “è che dopo la pioggia viene sempre il sereno”, auspicando che la politica sappia distinguere tra la condanna dell’aggressione all’Ucraina – che è unanime – e la normalizzazione della diplomazia culturale, che per Zaia non equivale a una santificazione di Putin.

La difesa della Biennale e lo stallo sulle sanzioni

Nonostante la pressione internazionale e le spaccature interne al governo, la Fondazione Biennale non ha ancora mostrato segni di cedimento. In una prima risposta, l’ente ha fatto sapere di aver agito “in stretta osservanza delle leggi nazionali e internazionali vigenti”, certa di non aver violato alcuna norma sanzionatoria. Il nodo, però, è prettamente interpretativo e riguarda la natura del finanziamento russo alla delegazione; Bruxelles sostiene che accettare una delegazione governativa finanziata direttamente dal Cremlino equivalga a fornire una piattaforma di legittimazione internazionale al regime, configurando una “grave mancanza professionale”.

In attesa di un chiarimento che potrebbe arrivare solo dal ministero degli Esteri – chiamato a esprimere un parere ufficiale sulla compatibilità della riapertura con le direttive Ue – la situazione resta in bilico. La deadline del mese impone una riflessione urgente a Palazzo Chigi, dove il governo dovrà scegliere se appoggiare l’autonomia dell’istituzione culturale italiana, rischiando lo scontro frontale con Bruxelles, o se imporre un dietrofront al presidente Buttafuoco per salvare i finanziamenti. Per ora, nessuna delle due opzioni prevale, e la cultura si ritrova ostaggio di una guerra ibrida che si combatte anche sui manifesti artistici.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.