JFK, 60 anni dopo: il mito, il sogno americano e l'ossessione del cinema

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Sono passati sessant'anni da uno degli attentati più drammatici e misteriosi della storia. Era il 22 novembre 1963, alle 12.30 (le 18.30 in Italia), quando a Dallas venne assassinato il presidente degli Stati Uniti John Fitzgerald Kennedy. Kennedy era a bordo della limousine presidenziale con la moglie Jacqueline Bouvier quando fu colpito alla testa mentre sfilava per le strade della città texana. Morì mezz'ora dopo al Parkland Memorial Hospital.

Il delitto di John Fitzgerald Kennedy è una delle grandi ossessioni del cinema americano. Questo evento ha aperto la strada alle paranoie della New Hollywood e ha alimentato le trame fantapolitiche. Il grande film che restituisce tutto ciò è un film che in realtà non è un film, cioè il famoso filmato in 8 mm realizzato dal sarto Abraham Zapruder, in cui si vede Kennedy colpito a morte dai proiettili sparati da Lee Oswald. Questa è la storia che si rivela davanti ai nostri occhi, una "morte in diretta" che anticipa involontariamente le dirette sui social, un inconsapevole cinema del reale mediato dallo sguardo di un common man.

Paul Landis, che faceva parte della scorta del presidente Kennedy il giorno dell'attentato, ha deciso di raccontare la sua versione dei fatti in un libro, "The Final Witness", che sta facendo discutere l'opinione pubblica statunitense. Antonio Monda, scrittore e docente alla New YorkYork University, risponde alle domande sul Mito-Kennedy, sottolineando come la presidenza Kennedy rimanga una grande incompiuta.

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