Consiglio supremo di difesa, l'analisi della crisi e la linea dettata dall'articolo 11

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La risposta istituzionale all'aggravarsi dello scenario mediorientale non si è fatta attendere, e così stamane, al Palazzo del Quirinale, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha riunito il Consiglio supremo di difesa, chiamando a raccolta i vertici politici e militari del Paese. All'indomani delle condanne internazionali e, fatto ancor più concreto e preoccupante, dopo l'attacco con un drone, probabilmente uno Shahed di fabbricazione iraniana, che ha preso di mira la base italiana di Erbil, nel Kurdistan iracheno, l'esecutivo ha fatto quadrato attorno al Capo dello Stato. Alla seduta, durata circa due ore e mezza, hanno preso parte la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, i ministri degli Esteri Antonio Tajani, dell'Interno Matteo Piantedosi, della Difesa Guido Crosetto, dell'Economia Giancarlo Giorgetti e delle Imprese Adolfo Urso, assieme al sottosegretario alla presidenza Alfredo Mantovano e al capo di stato maggiore della Difesa, generale Luciano Portolano. L'ordine del giorno, come si apprende dalla nota ufficiale diffusa al termine dei lavori, era incentrato sull'analisi della situazione internazionale e, in particolare, sui “gravi effetti destabilizzanti” prodotti dalla nuova guerra innescata dall'azione militare congiunta di Stati Uniti e Israele contro l'Iran.

Un conflitto che dilaga, dal Medioriente al Mediterraneo

Il Consiglio, esaminato lo scenario di crisi, ha manifestato una “grande preoccupazione” per le ripercussioni che il conflitto in corso sta avendo sull'intera regione mediorientale e, per estensione, sull'area del Mediterraneo, dove l'Italia ha interessi strategici vitali. Non si tratta soltanto di una questione di prossimità geografica, ma di un allargamento del perimetro bellico che, come sottolineato nel documento conclusivo, rischia di aprire pericolosi varchi a forme di guerra ibrida e a “gravissime iniziative di organizzazioni terroristiche”. L'attacco subìto dai militari italiani a Erbil, per quanto senza conseguenze fisiche grazie al tempestivo riparo nei bunker, è stato letto come un segnale inequivocabile di questa estensione, un'aggressione che il Consiglio ha voluto espressamente condannare, manifestando vicinanza alle truppe operanti in teatri tanto delicati. Parallelamente, l'attenzione si è concentrata anche sul fronte libanese, con un'allarmata presa d'atto delle continue violazioni della risoluzione Onu 1701 e degli “inammissibili attacchi” portati da Israele al contingente Unifil, attualmente sotto guida italiana, un atto che aggiunge ulteriore tensione a un quadro già complesso.

La ferma linea italiana: non belligeranza e centralità del Parlamento

Di fronte a questa escalation, che vede il moltiplicarsi di iniziative unilaterali e l'indebolimento del sistema multilaterale incentrato sull'Onu, l'Italia ha ribadito con forza la propria posizione. Il Consiglio, nel pieno rispetto dell'articolo 11 della Costituzione, ha riaffermato il principio che “l'Italia non partecipa e non prenderà parte alla guerra”, una dichiarazione che la presidente Meloni aveva già anticipato nelle sue comunicazioni alle Camere. Non si tratta, però, di un'inerzia politica. Il governo, si legge nella nota, è anzi impegnato a “ricercare e sostenere ogni sforzo che riporti in primo piano la via negoziale e diplomatica”, nel tentativo di ricucire le lacerazioni di una convivenza internazionale già provata dall'aggressione russa all'Ucraina. Sul piano pratico, è stata ribadita la necessità che l'utilizzo delle infrastrutture militari presenti sul territorio nazionale, concesse alle forze statunitensi, avvenga sempre nel rispetto del quadro giuridico definito dagli accordi internazionali vigenti. Qualora dovessero giungere richieste che eccedano questo perimetro – come attività che vadano oltre il supporto tecnico-logistico e l'addestramento – il Consiglio ha preso atto che ogni decisione sarà sottoposta al vaglio preventivo del Parlamento, garante ultimo delle scelte di politica estera e difensiva del Paese.

La sicurezza dei connazionali e il sostegno ai partner del Golfo

Tra i punti affrontati, un capitolo di primaria importanza riguarda la tutela dei cittadini italiani e del personale militare dispiegato nell'area. Il Consiglio ha approfondito le linee d'azione già tracciate dall'esecutivo, concentrandosi in particolare sulla messa in sicurezza delle migliaia di connazionali presenti nella regione. A questo si affianca la decisione di fornire sostegno e assistenza ai Paesi del Golfo, definiti nella nota “amici e importanti partner strategici dell'Italia”. Una scelta, questa, motivata dalla necessità di proteggere i numerosi militari italiani già operanti in quelle aree nell'ambito di missioni autorizzate dal Parlamento, e di farlo operando in stretto coordinamento con i principali alleati europei, in particolare Francia, Germania e Regno Unito. L'obiettivo dichiarato è duplice: coordinare le iniziative sul piano della difesa comune e, al contempo, affrontare le ripercussioni della crisi sulla sicurezza economica ed energetica, nazionale e internazionale, messa a dura prova dagli attacchi alla navigazione nello Stretto di Hormuz e dai missili lanciati verso Cipro e la Turchia, intercettati dalle difese Nato.

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