Addio a Pietrangeli, Roma si inchina al suo Principe del tennis

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Redazione Sport Redazione Sport   -   Un fiume silenzioso e commosso, composto da volti conosciuti e da anonimi appassionati, ha lentamente invaso l’area di Ponte Milvio attorno alla basilica della Gran Madre di Dio, dove nel primo pomeriggio si è celebrato il funerale privato di Nicola Pietrangeli. L’atmosfera, carica di un rispetto quasi palpabile, ha preceduto di molto l’arrivo del feretro, giunto poco prima delle tre, scortato non dal clamore mediatico ma da un raccoglimento profondo e sentito, l’unico degno di accompagnare l’ultimo ingresso di una simile leggenda dello sport. La scena, priva di telecamere e di frastuono, ha restituito l’immagine di un addio intimo e austero, molto lontano dalla retorica, proprio come avrebbe probabilmente voluto il campione, che della riservatezza aveva fatto un vanto pur vivendo sotto i riflettori.

La camera ardente sul campo che lo vide trionfare

In mattinata, sul campo a lui intitolato nel Foro Italico, si era già consumato un momento di collettiva emozione, con la camera ardente allestita laddove Pietrangeli scrisse pagine indelebili della storia del tennis italiano, vincendo per due volte gli Internazionali d’Italia. Sulle note di Charles Aznavour, una processione di affetti e di rispetto ha visto sfilare, accanto ai figli Filippo e Marco, figure emblematiche del suo mondo: dall’ex presidente del Coni Giovanni Malagò all’amico-rivale Adriano Panatta, dall’ex compagna Licia Colò all’attore Franco Nero, fino al capitano della Coppa Davis Filippo Volandri. Tra loro, uno dei gesti più significativi è giunto dal principe Alberto di Monaco, che ha voluto ricordare pubblicamente un amico vero, “per me sempre presente”, sottolineando un legame personale che andava ben al di là della comune passione sportiva.

Le parole del celebrante: "Avrà l'ultima parola con il Signore"

A officiare il rito funebre, lo stesso don Renzo Del Vecchio che poche ore prima aveva pregato sulla terra rossa del Foro Italico. Nella sua omelia, il sacerdote ha tratteggiato con schiettezza e affetto la personalità di un uomo noto per la sua arguzia e per il carattere forte. “Amava avere l’ultima parola e finalmente potrà dirla al Signore”, ha affermato con un tono privo di qualsiasi retorica, aggiungendo di aver riflettuto “più all’uomo che al personaggio, nel senso positivo del termine”. Una chiusura, la sua, che non ha cercato facili santificazioni ma ha restituito l’immagine di un individuo complesso e autentico, le cui qualità umane, tra cui spiccava una formidabile ironia, hanno lasciato un segno altrettanto profondo dei suoi successi in campo.

Un additto senza clamore, all'insegna dell'affetto privato

L’intera giornata, scandita dalla commemorazione pubblica al Foro Italico e dal successivo funerale privato, ha dunque disegnato i contorni di un commiato misurato eppure intensissimo, capace di unire il ricordo sportivo alla memoria personale. L’assenza calcolata di telecamere dentro la chiesa e il tono dell’omelia hanno confermato la volontà della famiglia di onorare Pietrangeli nella sua interezza, senza che nessuno degli aspetti del suo carattere, neppure quelli più spigolosi, venisse smussato o nascosto. Il flusso costante di persone, che hanno atteso pazientemente il loro turno per un ultimo saluto, ha dimostrato come il legame tra il campione e la città andasse oltre il mito sportivo, radicandosi in un affetto sincero e duraturo, quello che si riserva a chi, con la propria unicità, ha saputo entrare nell’immaginario collettivo.

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