Nicole Kidman e il richiamo di Genova: l’attrice vuole diventare “doula della morte”

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   La notizia, rimbalzata dalle coste californiane fino al cuore della Liguria, ha un che di surreale se si pensa alla carriera di chi l’ha pronunciata, eppure è concretissima. Nicole Kidman, premio Oscar nel 2002 per “The Hours”, ha scelto un palcoscenico inusuale – un’aula dell’Università di San Francisco – per rivelare un progetto di vita lontano dai riflettori di Hollywood: diventare una “doula della morte”, una figura che, come suggerisce il nome mutuato dall’assistenza al parto, si occupa di offrire supporto emotivo, spirituale e pratico a chi è prossimo al trapasso. Una decisione, questa, che non è nata per caso o per una moda improvvisa, ma che affonda le sue radici in una perdita personale profonda e ancora aperta: la scomparsa della madre, Janelle, avvenuta nel 2024. Ed è stata proprio l’eco di quell’annuncio a muovere i vertici della sanità genovese, i quali hanno prontamente imbastito un ponte ideale – e molto concreto – con la diva australiana.

L’ombra lunga di Venezia e il dolore della solitudine

Per comprendere la svolta dell’attrice, che oggi ha 58 anni, bisogna tornare indietro di due anni, a quella notte di settembre in cui la vita e l’arte si scontrarono nel modo più crudele. Reduce dalla vittoria come miglior attrice al Festival di Venezia per il film “Babygirl”, Kidman si trovava in uno stato che lei stessa ha definito di “euforia immensa”; eppure, proprio mentre stava per varcare il palco per ritirare il premio, le è stata comunicata la notizia della morte improvvisa della madre. In un dialogo toccante con la conduttrice Hoda Kotb durante l’evento HISTORYTalks a Philadelphia, avvenuto sabato 18 aprile, l’attrice ha confessato di essersene tornata nella sua camera d’albergo, gettandosi sul letto in preda allo sconforto, senza sapere come “andare avanti o funzionare”. Quel contrasto – la gloria professionale da un lato e il vuoto assoluto dall’altro – l’ha segnata nel profondo, portandola a riflettere su un vuoto che la medicina, da sola, non riesce a colmare: “Mia madre era sola prima di morire – ha spiegato Kidman – e la famiglia ha potuto fare qualcosa solo fino a un certo punto”. Da qui la scintilla, la volontà di diventare lei stessa una di quelle persone in grado di offrire un conforto silenzioso, una presenza che non cura la malattia ma allevia l’anima.

La missiva da Genova: un corso per “prendersi cura”

A raccogliere il testimone di questa sensibilità sono stati, incredibilmente, la Socrem (Società genovese di cremazione) e l’Ordine dei medici di Genova, i quali hanno inviato una lettera formale all’attrice, recapitata anche attraverso i suoi canali social. L’invito, contenuto nella missiva firmata dal presidente Ivano Malcotti e dal presidente dell’Ordine Alessandro Bonsignore, è preciso: partecipare, anche solo in via telematica, ai corsi di formazione per “End of life Doula” che i due enti organizzano a Genova, i primi del genere in Italia. Non si tratta, è bene sottolinearlo, di una figura sanitaria: la doula non somministra farmaci né formula diagnosi, ma offre un accompagnamento personalizzato, quasi rituale, aiutando il malato e i familiari ad attraversare il momento del distacco con dignità. La proposta, lungi dall’essere un semplice gesto di cortesia, riconosce alla star un ruolo quasi simbolico: quello di “testimone d’onore” per una cultura che, ancora troppo spesso, rimuove il pensiero della morte, lasciando soli coloro che invece la stanno aspettando.

Un’assistenza che parte dal basso

L’interesse della divisione ligure non è episodico. Da tempo, ormai, Genova si è fatta laboratorio nazionale per questa disciplina; solo lo scorso anno, il Centro Studi della Socrem ha concluso un percorso biennale che ha diplomato una trentina di persone pronte a operare in ospedali, hospice o a domicilio. Le lezioni, che riprenderanno a ottobre, spaziano dalla bioetica alla psicologia del lutto, e sono aperte a chiunque voglia mettere a disposizione il proprio tempo e la propria empatia. L’attrice americana, se accettasse, si troverebbe così a dialogare con medici, giuristi e antropologi, portando la sua testimonianza di chi ha vissuto il dolore della perdita in prima persona e in circostanze pubbliche e strazianti. Del resto, come ha scritto nella sua dichiarazione letta a Venezia dal regista Halina Reijn: “La collisione della vita e dell’arte è straziante”. E forse, per Kidman, trasformare quello strazio in una nuova professione è l’unico modo per dare un senso a quella solitudine che sua madre, nonostante l’amore della famiglia, ha dovuto affrontare fino all’ultimo respiro.

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