Nicole Kidman si forma come “doula della morte”: il vuoto lasciato dalla madre e un nuovo corso di studi
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Cultura e Spettacolo
-
Ci sono attrici che trasformano il dolore in arte, e poi c’è chi, come Nicole Kidman, cerca di trasformarlo in presenza fisica, quasi a voler colmare con le proprie mani un vuoto che le parole non riescono a riempire. L’attrice, premio Oscar per The Hours, ha recentemente rivelato di essersi iscritta a un corso per diventare “death doula” – una figura, spiegano i manuali, che nulla ha a che vedere con le pratiche mediche ma che si occupa dell’accompagnamento emotivo, spirituale e pratico di chi è in fin di vita. L’annuncio, giunto durante un incontro all’Università di San Francisco, non è frutto di una moda improvvisa o di una conversione spirituale estemporanea, ma affonda le sue radici in una ferita ancora aperta: la scomparsa della madre, Janelle, avvenuta nel settembre del 2024.
La genesi di questa scelta professionale, che ha suscitato curiosità persino in Italia tanto da ricevere l’eco di un invito da parte di medici genovesi a corsi specifici, è intrinsecamente legata alla sensazione di impotenza provata durante gli ultimi giorni della genitrice. Kidman ha raccontato, con quella schiettezza che la contraddistingue, il paradosso di una famiglia affollata – la sorella Antonia con sei figli e lei stessa con quattro – che si è trovata improvvisamente sola di fronte all’ineluttabilità del trapasso. «Mentre mia madre stava morendo, si sentiva sola», ha confessato l’interprete, ammettendo un limite che molte carriere di successo impongono: «Io e mia sorella abbiamo tanti figli, le nostre carriere e il lavoro. Volevamo prenderci cura di lei, ma non era semplice».
L’attimo prima del palco: il premio e la notizia
La sovrapposizione tra l’apice del successo e l’abisso del lutto è stato il vero catalizzatore di questa rinascita. Durante un intervento recente a HISTORYTalks 2026, evento tenutosi a Philadelphia in compagnia della conduttrice Hoda Kotb, Kidman ha ricostruito con dovizia di particolari la notte in cui la sua vita privata ha sbriciolato la facciata della celebrità. Era a Venezia, pronta a ritirare il premio come migliore attrice per *Babygirl*, uno dei riconoscimenti più ambiti della carriera, quando ha ricevuto la telefonata che le annunciava la morte di Janelle. «Stavo per salire sul palco – ha ricordato – quando ho saputo che mia madre era morta». L’euforia immensa per la vittoria si è spenta in un istante, lasciando spazio a una disperazione paralizzante che l’ha costretta a rinchiudersi in camera d’albergo, incapace persino di muoversi.
L’attrice ha descritto il tentativo, quasi onirico e assurdo, di fuggire da quell’isola di lusso e solitudine. «Ricordo di essere salita su una barca nel canale, di notte, cercando di raggiungere l’aeroporto – ha confessato – per poi girarmi e rendermi conto che non ce l’avrei fatta». Tornata a letto, senza il marito accanto né i figli, si è ritrovata a contemplare il “contrasto della vita”: l’apice del successo professionale che coincideva con il punto più basso della sua esistenza privata. Quel momento di isolamento totale, paradossalmente, ha acceso in lei la consapevolezza che la resilienza non è una dote innata, ma una conquista forzata dalle circostanze.
La rinascita nel servizio agli altri
Se quella notte veneziana rappresenta il trauma, la decisione di formarsi come doula rappresenta la risposta attiva al dolore subito. La Kidman ha spiegato che, nei mesi successivi, l’idea di diventare una di quelle “persone che siedono in modo imparziale” per offrire conforto ha preso forma come una necessità etica. «Mio padre non c’era più in questo mondo – ha aggiunto, riferendosi al genitore scomparso dieci anni prima – e in quel momento ho pensato: vorrei che ci fossero persone nel mondo capaci di offrire semplicemente conforto e cura».
La scelta di seguire questo percorso formativo, che l’attrice definisce parte della sua “espansione” personale, rappresenta un tentativo di dare un senso a quella solitudine che sua madre ha dovuto affrontare. A differenza di altre iniziative filantropiche di celebrità, questa ha il sapore di un impegno pratico: imparare a gestire paure, conversazioni difficili e desideri finali, non per sostituirsi al personale sanitario, ma per colmare quel vuoto che nemmeno una famiglia numerosa, quando dispersa tra impegni e continenti, riesce a riempire.
L’eco in Italia e la definizione di un nuovo ruolo
La notizia della conversione “professionale” della diva di Hollywood non è passata inosservata nemmeno in Italia, dove il concetto di doula della morte è ancora relativamente giovane ma in crescita, come testimoniano le iniziative di associazioni che operano sul territorio nazionale. Kidman, con la sua visibilità, ha involontariamente acceso i riflettori su una professione che si muove nella sottile linea d’ombra tra l’assistenza psicologica e la semplice solidarietà umana. Non si tratta di terapia, né di cure palliative: la doula è lì per ascoltare, per tenere una mano, per assicurarsi che nessuno affronti il passo decisivo da solo.
Per l’attrice, che compirà 59 anni a giugno, questa non è una pensione anticipata dal set, ma un’estensione della sua umanità. La frattura vissuta tra il lusso di un festival cinematografico e il letto d’albergo vuoto l’ha costretta a fare i conti con la propria mortalità e con quella delle persone amate. La decisione di iscriversi a un corso specifico – compreso il superamento di quella che lei stessa definisce una “barriera” culturale – dimostra come a volte i ruoli più intensi non si recitano sul set, ma si costruiscono nella vita reale, partendo proprio da dove tutto sembrava finito.




