Nicole Kidman si forma come “doula della morte” dopo il lutto per la madre

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Sabato 12 aprile, nel corso di un panel della Silk Speaker Series all’Università di San Francisco, Nicole Kidman ha annunciato una svolta inaspettata per la sua vita professionale, quella di volersi formare per diventare una “doula della morte”. Una rivelazione, come l’ha definita l’attrice stessa, che potrebbe suonare “un po’ strana” al grande pubblico, ma che affonda le radici in un dolore privato e recentissimo. La scomparsa della madre, avvenuta nel settembre del 2024 – proprio mentre la Kidman si trovava a Venezia per ritirare la Coppa Volpi – ha agito come un crinale emotivo, spingendola a interrogarsi sul significato ultimo dell’accompagnamento in una fase che la medicina, da sola, non sempre sa abitare. E così, a 58 anni, accanto a una carriera cinematografica ancora piena di impegni, l’attrice premio Oscar ha deciso di intraprendere un percorso formativo da death doula, figura che non sostituisce il personale sanitario ma offre supporto pratico, emotivo e spirituale a chi vive gli ultimi giorni della propria esistenza.

La rivelazione a San Francisco e il peso di un’assenza

Durante l’incontro, di cui ha fornito un resoconto dettagliato il *San Francisco Chronicle*, Kidman ha spiegato come la morte della madre – avvenuta a 84 anni – abbia radicalmente trasformato il suo rapporto con il fine vita. Un aspetto, questo, che l’ha portata a confessare un senso di abbandono vissuto dalla genitrice negli ultimi momenti, un’assenza che l’attrice vorrebbe ora colmare per altri, mettendosi in gioco in prima persona. La scelta, maturata gradualmente nei mesi successivi al lutto, si è concretizzata in un’iscrizione a un programma di formazione specifico, di cui però non sono stati resi noti i dettagli né i tempi di completamento. La doula della morte, va ricordato, garantisce presenza, ascolto e sostegno umano senza alcuna intenzione terapeutica, limitandosi a rendere meno solitario il trapasso: un approccio che negli Stati Uniti sta guadagnando terreno proprio in parallelo a un dibattito sempre più acceso sulle cure palliative e sull’eutanasia.

Un nuovo capitolo dopo il divorzio da Keith Urban

La decisione di formarsi come death doula si inserisce in un biennio di profonde trasformazioni personali per Nicole Kidman, che ha visto crollare un altro pilastro della sua vita privata. L’inizio del 2026 ha infatti segnato la fine del matrimonio con Keith Urban, durato vent’anni e coronato dalla nascita delle due figlie, Sunday Rose e Faith Margaret. Una separazione, quella dal musicista neozelandese, ufficializzata dopo mesi di indiscrezioni e resa pubblica con un comunicato congiunto che parlava di “percorsi divergenti”. L’attrice, insomma, sembra voler fare tesoro di ogni esperienza – lutti, divorzi, addii – trasformandoli non in ferite da rimarginare, bensì in competenze da offrire. E se la carriera hollywoodiana l’ha abituata ai riflettori, questo nuovo ruolo la porterà invece nei luoghi più appartati e silenziosi, dove si accompagnano i morenti.

Il dibattito sull’assistenza a chi è in fin di vita

Nascite, matrimoni, separazioni, morti: momenti che segnano il passaggio da una fase all’altra dell’esistenza. La figura della death doula, ancora poco conosciuta in Italia ma già diffusa in alcuni stati americani e nel Regno Unito, si muove esattamente su questo crinale, laddove il dolore fisico si intreccia con la solitudine emotiva. Nicole Kidman, con la sua notorietà, ha inavvertitamente aperto un dibattito pubblico sul tema, spostando l’attenzione dalla cronaca mondana a una questione esistenziale concreta: chi assiste chi sta morendo, quando la famiglia è assente o impreparata? L’attrice ha dichiarato che sua madre era sola prima di morire, e da quella solitudine è nata la spinta a formarsi. Nessuna volontà di sostituirsi ai medici o agli infermieri, ma piuttosto un’integrazione: la doula non somministra farmaci né compie gesti sanitari, ma resta accanto, ascolta, tiene una mano. E in un’epoca in cui la morte viene spesso rimossa dal dibattito pubblico, una star del cinema che sceglie di guardarla in faccia – e di imparare a starle accanto – finisce inevitabilmente per restituire dignità a un tema rimosso.

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