La morte di Domenico e i due medici sospesi al Monaldi: cosa emerge dall'inchiesta sul trapianto finito in tragedia
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Redazione Interno
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La sospensione dal servizio di due dirigenti medici dell’ospedale Monaldi di Napoli rappresenta, a una settimana esatta dalla morte del piccolo Domenico, il primo atto formale di natura disciplinare adottato dall’Azienda Ospedaliera dei Colli. Il provvedimento, comunicato in tarda serata, riguarda due professionisti specifici il cui operato è finito al centro degli accertamenti interni avviati dopo il decesso del bambino di due anni e tre mesi, avvenuto lo scorso 20 febbraio dopo 57 giorni di agonia trascorsi collegato a una macchina cuore-polmone. L’azienda, nella nota ufficiale, ha precisato di essersi attivata immediatamente per garantire trasparenza e rispetto della legge, sottolineando al contempo che prosegue l’iter disciplinare per gli altri sanitari coinvolti, il cui numero e ruolo non sono stati ulteriormente specificati.
La vicenda giudiziaria, che ha visto la Procura di Napoli iscrivere inizialmente sei persone nel registro degli indagati per lesioni colpose, ha subito un’inevitabile aggravamento con il decesso del bambino, trasformando l’ipotesi di reato in omicidio colposo. Le indagini, coordinate dai carabinieri del Nas e dalla magistratura, si concentrano su una catena di errori che avrebbero reso inutilizzabile il cuore destinato al piccolo, prelevato il 23 dicembre scorso da un donatore a Bolzano. Secondo quanto ricostruito, l’organo sarebbe arrivato a Napoli in un contenitore termico rudimentale, una comune borsa frigo, e sarebbe stato danneggiato in modo irreversibile dall’utilizzo di ghiaccio secco al posto del ghiaccio classico, una differenza di temperature che avrebbe letteralmente “bruciato” il tessuto cardiaco.
La catena di errori e le chat degli infermieri
Dalle testimonianze raccolte, emerge un quadro drammatico di ciò che accadde in sala operatoria quel pomeriggio del 23 dicembre. Erano passati circa novanta minuti dall’impianto, ma il cuore nuovo non dava segni di ripresa. "Non va... zero... È una pietra", scrisse il caposala in una conversazione WhatsApp a un’infermiera che, terminato il turno alle 14.12, si informava sull’andamento dell’intervento iniziato attorno alle 14.30. Questi scambi, finiti agli atti, fotografano lo sconcerto del personale di fronte a un organo che si presentava “duro come una pietra di ghiaccio”, tanto da spingere i sanitari a tentare manovre disperate per scongelarlo, prima con acqua fredda, poi tiepida e infine calda, senza però ottenere alcun risultato. La tensione, raccontano gli infermieri, si tagliava a fette, con il primario che avrebbe manifestato tutto il suo disappunto nei confronti dei colleghi rientrati dalla missione di prelievo.
Un aspetto che gli inquirenti stanno valutando con attenzione riguarda la decisione di procedere comunque all’espianto del cuore malato del bambino prima di avere la certezza dell’idoneità di quello in arrivo da Bolzano. L’audit interno, di cui sono emersi stralci, avrebbe evidenziato come, al momento dell’apertura del contenitore termico, il secchiello contenente il cuore fosse completamente inglobato in un blocco di ghiaccio, un fatto che rendeva palese il danno subito dall’organo. Nonostante ciò, l’intervento proseguì, probabilmente perché non c’erano alternative praticabili in quel frangente, con il piccolo che aveva già lo sterno aperto e il cuore originale rimosso.
La mancata conoscenza dei dispositivi e l’allargamento delle indagini
A complicare il quadro, contribuendo a delineare una responsabilità organizzativa, è emerso un dettaglio di non poco conto: l’equipe partita per Bolzano non avrebbe utilizzato i dispositivi di conservazione di ultima generazione, i cosiddetti “Paragonix”, che pure erano regolarmente disponibili all’interno dell’ospedale Monaldi. Dalle verifiche condotte dall’Azienda dei Colli è risultato che a dicembre, nella sola sala operatoria deputata ai trapianti, erano presenti almeno due di questi box tecnologici, con un terzo disponibile in farmacia come ulteriore riserva. Alla richiesta di chiarimenti su perché non se ne fosse fatto uso, la risposta dell’equipe è stata di non essere a conoscenza della loro disponibilità in azienda. Un’ammissione che getta un’ombra inquietante sulla comunicazione interna e sulla preparazione del personale addetto a procedure così delicate.
La Procura di Napoli, nell’ambito dell’inchiesta, ha conferito incarico ai periti per analizzare i telefoni cellulari sequestrati ai sette indagati, con l’obiettivo di recuperare chat, messaggi vocali e ogni altra comunicazione che possa aiutare a ricostruire l’esatta dinamica di quel 23 dicembre e le eventuali omissioni informative nei giorni successivi. Parallelamente, gli accertamenti si sono estesi anche alla procura di Bolzano, dove si cerca di capire se il personale dell’ospedale San Maurizio abbia avuto un ruolo nella fornitura del ghiaccio secco. Le prime risultanze, però, sembrerebbero scagionare i sanitari altoatesini, attribuendo la responsabilità esclusiva della catena di conservazione all’equipe napoletana, che aveva il compito di verificare e coordinare ogni fase del prelievo.
Le parole dei medici e la fine della speranza
Nelle settimane successive al tragico intervento, le condizioni di Domenico sono progressivamente peggiorate. La macchina Ecmo, fondamentale per tenerlo in vita, dopo oltre 57 giorni di funzionamento non era più in grado di garantire un’assistenza adeguata, portando l’organismo del bambino in una condizione di “gran sofferenza”, come hanno spiegato i clinici coinvolti. Quando, il 18 febbraio, si è reso disponibile un nuovo cuore compatibile, un’equipe di esperti provenienti dai principali ospedali pediatrici italiani è stata convocata per valutare la fattibilità di un secondo trapianto. Il verdetto, purtroppo, è stato negativo: le condizioni generali del piccolo, aggravate anche da un’emorragia cerebrale in corso, rendevano l’intervento altamente rischioso e probabilmente inutile.
Il direttore del dipartimento Area critica del Monaldi, Antonio Corcione, aveva spiegato nei giorni precedenti la morte che il bambino non soffriva, essendo sedato, e che con la famiglia era stato concordato di non ricorrere all’accanimento terapeutico, pur continuando a garantire l’indispensabile per tutelare il piccolo. Una decisione sofferta, che ha portato infine al decesso. Il cuore che avrebbe potuto essere destinato a Domenico è stato invece trapiantato con successo su un altro bambino, ricoverato all’ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo. Resta ora al vaglio della magistratura e della commissione disciplinare dell’Azienda dei Colli il compito di stabilire con precisione le singole responsabilità in una vicenda costellata da errori, omissioni e, come emerge da alcune testimonianze, persino da presunte alterazioni nei verbali operatori per camuffare i tempi dell’intervento.




