Canzonissima 2027: la Rai conferma il varietà nonostante ascolti opachi e una hit mancata
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Non è bastata la prova del nove, o per meglio dire delle sei puntate in prima serata, per spegnere l’entusiasmo di viale Mazzini. Contro ogni pronostico dettato dalla logica dell’Auditel, la macchina degli eventi della tv di Stato si prepara a riaccendere i riflettori su “Canzonissima” anche nel 2027. Milly Carlucci, con la consueta verve da cerimoniere che non teme le bordate della critica, ha dovuto aprire la finale di sabato 25 aprile con una comunicazione che sa più di atto di fiducia che di constatazione: la Rai è “molto soddisfatta dei risultati” raggiunti da questo azzardo nostalgia che ha riportato in vita un marchio dormiente da oltre mezzo secolo.
A differenza della sua illustre progenie, quella che tra gli anni Sessanta e Settanta lanciava i veri tormentoni dell’estate e della primavera, questa edizione 2026 passerà agli archivi per un paradosso difficile da digerire. Il programma, infatti, ha incoronato come sua regina assoluta una canzone che non è affatto figlia di questo revival. Parliamo de “Il mio canto libero”, il capolavoro di Lucio Battisti e Mogol, magistralmente interpretato da Fabrizio Moro, che nella notte ha avuto la meglio su altri sei brani già vincitori delle singole puntate. Una vittoria, la sua, che suona quasi come un atto d’accusa verso l’operazione stessa: in sei serate non è emerso un solo brano inedito destinato a diventare un classico contemporaneo, lasciando il campo a un repertorio che, per quanto eterno, è comunque già consolidato.
La finale, andata in onda sabato 25 aprile, ha messo in scena quella che ormai è diventata la cifra stilistica del contenitore: un varietà senza spigoli né eliminazioni, pensato per coccolare ogni artista presente sul palco, dagli inossidabili Jalisse (finalmente liberi di esibirsi con “Fiumi di parole”) a un istrionico Fausto Leali capace di trasformare “Mi manchi” in un karaoke generazionale. Se Arisa ha strappato applausi a profusione e persino qualche critico ha dovuto inchinarsi alla sua prova, dall’altra parte la giuria – composta da nomi lontani dal mondo discografico come Simona Izzo o Caterina Balivo – è stata indicata da più parti come l’anello debole di una catena che arrancava. Eppure, come se la contestazione non fosse mai arrivata alla regia, Milly Carlucci ha potuto annunciare il bis per il prossimo anno, ringraziando la direzione Prime Time per la “fiducia” accordata.
L’ibrido costruito dall’ammiraglia, insomma, resta un’isola per reduci e per nostalgici, ma evidentemente i vertici Rai hanno letto nei dati un potenziale diverso da quello emerso nelle cronache. Mentre dall’altra parte dello schermo la corazzata di Maria De Filippi continuava a macinare consensi, lo show di Carlucci ha preferito giocare al massacro, puntando su un racconto patinato dove il motore principale era la “promozione” di pezzi vecchi e nuovi. Lo conferma la passerella dei più giovani, come Michele Bravi o Leo Gassmann, che nel corso della serata hanno usato il palco per lanciare i loro ultimi singoli (“Genitore 3” e “Girasole”) piuttosto che per competere a colpi di hit. Una scelta che tradisce la natura originaria della gara, snaturandola in una vetrina a pagamento.




