Auto cinesi e il buco nero normativo che mina l'Europa

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Mentre i produttori europei, da quelli tedeschi a quelli italiani, navigano in acque agitate contando una produzione industriale in contrazione, l’offensiva degli assemblaggi asiatici – che hanno compiuto progressi tecnologici e stilistici innegabili – sfrutta una falla legislativa pericolosa. Il quadro, infatti, non riguarda soltanto i colossi che operano nella piena legalità, i quali, dotati di omologazioni impeccabili, si presentano come conquistatori dal piglio ineccepibile; esiste un mercato sommerso, parallelo, che approfitta di un vuoto regolamentare per immettere veicoli le cui origini e i cui standard di sicurezza restano, spesso, avvolti nell’opacità. Una situazione che, se da un lato evidenzia la crescita esponenziale del comparto automobilistico in Asia, dall’altro getta un'ombra lunga sulla capacità di tutela del mercato continentale, tradizionalmente fiero delle sue norme stringenti.

Il ponte logistico dell'Asia Centrale

La penetrazione commerciale si è avvalsa, in maniera strategicamente decisiva, di infrastrutture logistiche poderosamente potenziate. La regione autonoma dello Xinjiang, per la sua posizione geografica, funge da snodo cruciale verso i Paesi dell'Asia Centrale, tutti collegati attraverso i corridoi della Belt and Road Initiative. Questa fitta rete, che qualcuno definirebbe la spina dorsale dell’espansione economica cinese, ha reso possibile un flusso costante e capillare di merci, veicoli compresi, agevolando un accesso al mercato che bypassa i canali convenzionali e, in alcuni casi, gli stessi controlli doganali più rigorosi. È attraverso questi passaggi, dove la sorveglianza può essere meno ferrea, che transitano molti degli esemplari destinati a finire, successivamente, nel circuito europeo senza la trafila burocratica completa.

Le ricadute sul sistema industriale italiano

Le conseguenze di questa doppia corrente d’importazione, quella legale e quella clandestina, si ripercuotono con forza sull’apparato produttivo nazionale, il cui legame di interdipendenza con la crisante industria tedesca – definita dagli stessi imprenditori transalpini la più grave del dopoguerra – ne accentua la vulnerabilità. La definizione di “seconda industria europea”, se da un lato suona enfatica, non riesce a mascherare le profonde difficoltà che emergono dalla contrazione produttiva, un dato che si riflette direttamente sull’indotto e sull’occupazione. L’arrivo di veicoli a basso costo, alcuni dei quali privi delle necessarie garanzie, esercita un’ulteriore pressione competitiva su un settore già in affanno, distorcendo le regole del mercato e mettendo a rischio quei posti di lavoro che dipendono dalla filiera automobilistica tradizionale.

La falla nel sistema di controlli

Il buco normativo, che alcuni esperti del settore paragonano a una crepa in un argine, permette a vetture di dubbia provenienza di circolare legalmente una volta immatricolate in certi Paesi membri con procedure semplificate, per poi essere liberamente trasferite altrove nell’area Schengen. Un meccanismo che vanifica, di fatto, gli sforzi di armonizzazione legislativa europea e che solleva interrogativi non marginali sulla sicurezza stradale e sulla tracciabilità dei prodotti. Se ne vedono molti, ormai, di questi modelli che sfrecciano sulle autostrade: automobili tecnologicamente avanzate nell'estetica e negli optional, ma il cui iter di ingresso nel continente resta, troppo spesso, un rebus irrisolto per le autorità di controllo.

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