La sfida della radio in auto tra nuovi modelli connessi e il nodo normativo europeo

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Redazione Scienza e Tecnologia Redazione Scienza e Tecnologia   -   Il dato, pur nella sua freddezza statistica, fotografa un’abitudine radicata nel paese: sono circa trentacinque milioni gli italiani che ogni giorno accendono la radio, e di questi, qualcosa come ventisei milioni lo fanno mentre sono alla guida del proprio veicolo. Eppure, nonostante numeri che certificherebbero la centralità del mezzo per qualsiasi industria, una tendenza silenziosa ma costante da parte di alcuni costruttori automobilistici rischia di scardinare questo rituale quotidiano. Su alcuni modelli di nuova generazione, in particolare elettrici, il classico ricevitore FM o DAB+ sta scomparendo dal cruscotto, sostituito da sistemi di infotainment che per funzionare richiedono una connessione dati e l’utilizzo dello smartphone, orientando l’ascolto verso piattaforme di streaming e podcast on-demand.

La questione, lungi dall’essere una mera nostalgia per un oggetto del passato, ha assunto i contorni di un caso istituzionale. Confindustria Radio Televisioni, approfittando della Giornata Mondiale della Radio celebrata a febbraio, ha lanciato la campagna #RadioInAuto con l’obiettivo di richiamare l’attenzione del legislatore e delle case automobilistiche su quella che viene percepita come una potenziale battuta d’arresto per il pluralismo informativo. Non si tratta, a sentire le parole del presidente Antonio Marano, di una resistenza tecnologica fine a sé stessa, ma della difesa di un principio di accessibilità universale: la radio broadcast, a differenza dello streaming veicolato da algoritmi, garantisce un flusso informativo libero, gratuito e indipendente dalla copertura di rete o dalla volontà di un fornitore terzo. Una preoccupazione, questa, che trova eco anche oltre confine, con soggetti come l’Alliance de la Radio in Francia che premono su Bruxelles affinché si renda obbligatorio il ricevitore su tutti i nuovi veicoli, sottolineando il ruolo del mezzo nelle situazioni di crisi e di emergenza, quando le reti di telefonia potrebbero saturarsi o rendersi inutilizzabili.

Il nodo normativo e lo stop dell’Unione Europea

Il tentativo del governo italiano di mettere un argine a questa deriva si è però scontrato con i paletti imposti dalla Commissione Europea. Il Ministero delle Imprese e del Made in Italy aveva notificato a Bruxelles un progetto per modificare il Codice delle comunicazioni elettroniche, con l’intenzione di estendere l’obbligo di dotazione del ricevitore DAB+ a tutti i veicoli nuovi dotati di sistemi di infotainment connessi a internet. Attualmente, infatti, la normativa impone il sintonizzatore digitale solo se l’auto monta un’autoradio tradizionale; se invece il costruttore sceglie di non installare alcun ricevitore broadcast, sostituendolo con uno schermo e una presa USB, l’obbligo decade. Un paradosso normativo che, di fatto, lascia una porta aperta all’esclusione del mezzo radiofonico.

La reazione dell’Unione Europea non si è fatta attendere. La Commissione ha chiesto all’Italia di sospendere l’iter, sollevando dubbi sulla compatibilità della misura con le regole del mercato unico. L’obiezione di fondo è duplice: da un lato, si ritiene che l’obbligo potrebbe limitare la libertà di scelta del consumatore, impedendogli di optare per un veicolo più economico e sprovvisto di ricevitore; dall’altro, si contesta che il governo non abbia adeguatamente dimostrato la necessità della misura, la quale dovrebbe essere lasciata piuttosto all’interazione tra domanda e offerta o a iniziative volontarie dei produttori. Il governo, nella sua notifica, aveva invece posto l’accento sulla sicurezza stradale e sulla gestione delle emergenze, evidenziando come, in caso di calamità naturali o blackout delle reti dati, la radio broadcast resti l’unico canale affidabile per diffondere informazioni alla popolazione in movimento.

L’impatto sul parco auto e le scelte dei costruttori

A rendere il quadro più complesso contribuisce la fotografia del parco auto italiano, che s contingentato in un passaggio tecnologico ancora incompiuto. Le stime parlano di una penetrazione del DAB+ ferma intorno al trentacinque per cento dei veicoli in circolazione, un dato che lascia intendere quanto la strada verso il definitivo switch-off della FM sia ancora lunga e piena di ostacoli. Nel frattempo, alcuni costruttori hanno già iniziato a muoversi in autonomia. Modelli come la Citroën ë-C3 o il Dacia Duster, per citarne alcuni, sono stati segnalati per l’assenza del ricevitore radio di serie, puntando tutto sulla connettività allo smartphone e su abbonamenti a servizi musicali. Una scelta progettuale che, secondo gli editori radiofonici, rischia di creare una discriminazione tra chi può permettersi un’auto più accessoriata e chi invece si vede negato l’accesso a un servizio riconosciuto come di interesse generale.

C’è poi un ulteriore elemento di criticità, sollevato da più parti, che riguarda l’interfaccia utente. Anche laddove il ricevitore sia tecnicamente presente a bordo, la sua accessibilità può essere compromessa dall’architettura dei sistemi operativi come Android Auto o Apple CarPlay. Questi ambienti, che si attivano non appena si collega il telefono, tendono a relegare la funzione radio in secondo piano, talvolta seppellendola in menù complessi e di non immediata intuizione per l’automobilista. L’obiettivo, per chi come Confindustria Radio Tv cerca di tutelare il settore, diventa quindi duplice: garantire la presenza fisica del chip ricevente, ma anche assicurare che l’accesso alla radio analogica e digitale sia immediato quanto quello a Spotify o alle playlist personali, evitando che il mezzo venga penalizzato da logiche di progettazione che privilegiano l’ecosistema digitale a discapito della radiodiffusione tradizionale.

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