Il referendum come esercizio di stile normativo, il nodo del sorteggio e l’architettura dei nuovi Csm al centro del dibattito tra magistrati

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Le argomentazioni che infiammano il dibattito in vista della consultazione referendaria del 22 e 23 marzo, quella chiamata a confermare o meno la riforma costituzionale voluta dal ministro Carlo Nordio, si snodano spesso su binari paralleli che raramente arrivano a toccarsi. Da un lato, la narrazione pubblica tende a polarizzarsi attorno a concetti evocativi come la separazione delle carriere, evocata quasi come un talismano contro i mali della giustizia; dall’altro, il merito tecnico delle disposizioni, quelle che andrebbero a modificare sette articoli della Carta fondamentale, rivela una complessità che mal si presta agli slogan. La creazione di due distinti Consigli superiori della magistratura, uno per i giudici e uno per i pubblici ministeri, e l’istituzione di una Alta Corte disciplinare rappresentano un cambiamento profondo nell’architettura dell’autogoverno delle toghe, e sono questi meccanismi, più che il principio astratto della separazione, a costituire il vero oggetto del contendere.

Il meccanismo del sorteggio e la sua ratio, tra aspirazioni di trasparenza e timori di inefficienza

Se si scava nel dettaglio delle norme, ci si imbatte in un elemento che, al di là delle dichiarazioni di principio, rappresenta forse la discontinuità più netta rispetto all’assetto voluto dai costituenti: il sorteggio. Il sostituto procuratore della Dda di Napoli, Giuseppe Visone, intervenendo recentemente in un dibattito pubblico a Ischia, ha incentrato la sua analisi proprio su questo punto, definendolo il vero fulcro della riforma. Secondo questa lettura, l’estrazione a sorte dei membri togati dei due nuovi Csm – un metodo che dovrebbe sostituire l’attuale sistema elettorale ponderato – avrebbe il pregio di recidere il legame, ritenuto talvolta morboso, tra i consiglieri e le correnti organizzate dell’Associazione nazionale magistrati. Si tratterebbe, in altre parole, di un meccanismo pensato per liberare il Consiglio da quelle compromissioni e da quelle pressioni dei gruppi correntizi che, agli occhi di molti, ne hanno appannato l’immagine e l’efficienza decisionale. La posta in gioco, per i sostenitori del sì, è dunque quella di una governance più trasparente e meno condizionata da logiche di spartizione interna.

Dall’altro lato dello schieramento, però, si leva una critica altrettanto puntuale che mette in guardia dai possibili effetti paradossali di questo strumento. Se è vero che il sorteggio azzera il potere delle correnti, è altrettanto vero che introduce un elemento di aleatorietà che poco si concilia con la necessità di competenze specifiche e di esperienza maturata sul campo. Il timore, espresso da più parti nel fronte del no, è che a sedere nei nuovi Consigli possano finire magistrati con poca anzianità di servizio, privi della necessaria visione d’insieme per gestire concorsi, assegnazioni e trasferimenti di colleghi magari più autorevoli e navigati. Non solo, ma si paventa anche il rischio di una eterogenesi dei fini: qualora il sorteggio, per puro caso, portasse alla selezione di un gruppo di togati appartenenti in larga parte a una medesima area culturale, ecco che quella corrente finirebbe per acquisire un potere ancor più pervasivo di quanto non abbia oggi, proprio perché legittimato non dal voto ma dalla sorte, e quindi difficilmente controbilanciabile dalle minoranze.

L'Alta Corte disciplinare e lo sdoppiamento delle funzioni, la moltiplicazione degli organismi

Parallelamente al dibattito sul metodo di selezione dei consiglieri, l’analisi si concentra sulla creazione dell’Alta Corte disciplinare, un organismo separato e autonomo dai due Csm che avrebbe il compito di giudicare gli illeciti dei magistrati. L’articolo 4 della legge costituzionale, come pubblicato in Gazzetta Ufficiale, ne delinea la composizione: quindici giudici, scelti con un complesso meccanismo che combina nomina presidenziale, elezione parlamentare e, ancora una volta, sorteggio. Si viene così a creare un doppio binario: da un lato i Consigli, che gestiscono le carriere, dall’altro una Corte speciale, che gestisce la responsabilità disciplinare. I critici di questa architettura, come emerso durante i lavori preparatori al Senato, vedono in questa moltiplicazione degli enti un rischio di autoreferenzialità e di burocratizzazione, oltre che un costo non indifferente per le casse dello Stato. La previsione di un doppio grado di giudizio interno alla stessa Corte, inoltre, solleva interrogativi sulla terzietà del giudizio d'appello, seppur formulato in composizione diversa, e sulla sua compatibilità con i principi del giusto processo.

Non si può ignorare, infine, come il governo guidato da Giorgia Meloni difenda l’intero impianto riformatore sottolineando il suo allineamento con gli standard europei. La presidente del Consiglio, in un recente intervento a Milano, ha respinto le accuse di deriva illiberale ricordando come la separazione delle carriere sia già operante in 21 dei 27 paesi dell’Unione, e come l’obiettivo non sia certo quello di “liberarsi” della magistratura ma piuttosto di restituirle quel prestigio che le logiche correntizie avrebbero, a suo dire, umiliato. Un ragionamento, questo, che sposta il baricentro del confronto sul piano dell’opportunità politica e del modello di democrazia, ma che non elude la necessità di fare i conti con la lettera di un testo che, se approvato, ridisegnerà in modo permanente gli equilibri tra i poteri dello Stato.

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