L’autoradio rischia di scomparire dalle nuove auto, e non è solo una questione di abitudine
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Redazione Economia
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La radio, quella compagna di viaggio che per decenni ha riempito il silenzio nelle nostre automobili trasformando code e lunghi percorsi in momenti meno tediosi, potrebbe presto diventare un optional, o peggio un ricordo, sui cruscotti dei modelli di nuova generazione. Non si tratta di un semplice cambiamento dettato dalle mode o da un presunto calo di popolarità del mezzo, tutt’altro: i numeri, in Italia, parlano chiaro, con 35 milioni di cittadini che ogni giorno accendono la radio e 26 milioni di questi che lo fanno proprio mentre sono al volante -2-7. Il nodo della questione, sollevato con forza da Confindustria Radio Televisioni attraverso la campagna #RadioInAuto, risiede nelle scelte tecniche e commerciali dell’industria automobilistica, sempre più orientata a trasformare l’abitacolo in un ecosistema digitale chiuso e basato esclusivamente sulla connettività IP -2-7.
La progressiva scomparsa del ricevitore dai cruscotti hi-tech
Il cuore del problema, e lo si comprende bene analizzando l’evoluzione dei sistemi di infotainment, è che molti costruttori stanno progressivamente eliminando i ricevitori fisici, sia analogici (FM e AM) che digitali (DAB+), per sostituirli con maxi-schermi che fungono da terminali per smartphone e applicazioni di streaming -2-3. In alcuni casi, come segnalato anche dall’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni, la radio, se presente, viene relegata in sottomenu poco intuitivi, penalizzando quell’immediatezza che è sempre stata il suo punto di forza: un click e la voce o la musica erano lì, senza bisogno di cercare tra decine di icone o di attendere il caricamento di un’app -2-4. La tendenza, più marcata in alcuni modelli di auto elettriche e nelle versioni di accesso alla gamma di diversi marchi, è quella di considerare il vecchio apparecchio un costo inutile da abbattere, privilegiando interfacce che richiedono obbligatoriamente il collegamento dello smartphone, il quale diventa così il nuovo, unico, centro di comando dell’intrattenimento di bordo -2-3.
L’allarme delle istituzioni e il nodo della democrazia dell’informazione
Questa deriva tecnologica non è passata inosservata sui tavoli della politica. Il presidente della Commissione Attività produttive della Camera, Alberto Gusmeroli, ha incontrato i rappresentanti del settore per esprimere forte preoccupazione, sottolineando come escludere la radio dalle auto significhi minare un servizio essenziale per il pluralismo e l’accesso all’informazione libera e gratuita -2-9. La posta in gioco, e lo hanno ribadito in molti, è altissima: la radio non è solo intrattenimento, ma un canale privilegiato per le comunicazioni di emergenza e la sicurezza stradale, funzionando anche quando le reti telefoniche e di dati, sovraccariche o danneggiate in caso di calamità, collassano -1-4. Affidare l’ascolto esclusivamente allo streaming, attraverso il telefono, significa introdurre un filtro – quello della piattaforma, del sistema operativo o dell’algoritmo – tra l’emittente e l’ascoltatore, con il rischio concreto che non siano più l’utente a decidere cosa sentire, ma soggetti terzi che operano secondo logiche puramente commerciali -5-9.
La risposta di Bruxelles e il futuro incerto della norma italiana
Il tentativo del governo italiano, attraverso il ministero delle Imprese e del made in Italy, di blindare per legge la presenza della radio broadcast in tutti i nuovi veicoli dotati di dispositivi connessi, ha però incontrato un ostacolo significativo a livello europeo -1. La Commissione Ue, dopo aver ricevuto la notifica della modifica al Codice delle comunicazioni elettroniche, ha chiesto all’Italia di sospendere il provvedimento, sollevando dubbi di compatibilità con il diritto comunitario. Secondo Bruxelles, l’obbligo di installare ricevitori FM e DAB+ potrebbe violare la libertà di scelta del consumatore, che non potrebbe optare per veicoli più economici privi di questa componente, e rischierebbe di ostacolare la libera circolazione delle merci all’interno dell’Unione -1. La palla torna ora al ministero, che dovrà fornire motivazioni più solide per difendere una misura pensata per tutelare le abitudini di milioni di cittadini e, soprattutto, per garantire la continuità di un servizio che la stessa Confindustria Radio Tv definisce a ragione di interesse generale -1-10.




