L’altolà di Bruxelles e la battaglia per la radio in auto

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Redazione Economia Redazione Economia   -   La scelta, per molti versi radicale, operata da alcuni costruttori automobilistici, in particolare da Tesla, di eliminare progressivamente il sintonizzatore FM e DAB+ dai cruscotti delle nuove vetture, in particolare da quelle elettriche di fascia compatta, sta innescando un complesso braccio di ferro tra le istituzioni europee, il governo italiano e l’intero comparto dell’emittenza radiofonica -1-5. Non è semplicemente una questione di aggiornamento tecnologico o di mera riduzione dei costi di produzione, come qualcuno potrebbe superficialmente pensare, ma un tema che tocca direttamente il pluralismo dell’informazione, la sicurezza pubblica e le abitudini consolidate di decine di milioni di cittadini. Secondo i dati diffusi da Confindustria Radio Televisioni in occasione della Giornata mondiale della radio, celebratasi il 13 febbraio, sono 35 milioni gli italiani che quotidianamente accendono la radio, e di questi, la stragrande maggioranza, pari a 26 milioni di persone, lo fa proprio mentre è alla guida della propria autovettura -1-4. Numeri imponenti, che testimoniano un legame profondo e non effimero, un legame che oggi rischia di essere reciso non per mancanza di ascoltatori, ma per precise strategie industriali.

Il nodo della connettività e i nuovi modelli di business

La direzione intrapresa da Tesla con i modelli Model 3 e Model Y destinati al mercato americano, e che potrebbe estendersi anche all’Europa nonostante le attuali normative, è quella di un cruscotto interamente digitalizzato e dipendente dalla connettività internet -5-8. Al posto del tradizionale ricevitore, si preferiscono piattaforme di streaming, servizi in abbonamento come la “Premium Connectivity” e applicazioni che richiedono un flusso dati costante e, spesso, un pagamento mensile per essere fruite appieno -8. Questa transizione, che a un primo sguardo potrebbe apparire come una mera evoluzione tecnologica, cela in realtà un gigantesco potenziale commerciale. Aziende come la canadese Stingray Digital, attraverso l’acquisizione di TuneIn, mirano a diventare l’interfaccia audio principale all’interno delle automobili, un ambiente chiuso e controllato dove la profilazione dell’utente, resa possibile dalla conoscenza della posizione e del modello di auto, diventa uno strumento estremamente preciso per la vendita di spazi pubblicitari mirati, con ricavi che, secondo le stime degli stessi operatori, potrebbero raggiungere cifre considerevoli per ogni ora di guida -2.

La risposta del governo italiano e il freno della Commissione europea

Di fronte a questa prospettiva, che di fatto rischia di rendere la radio broadcast un oggetto desueto e di subordinare l’ascolto alla disponibilità di una connessione e a un account, il governo italiano aveva tentato di porre un argine normativo. Attraverso il ministero delle Imprese e del made in Italy, era stata avanzata una proposta di modifica del Codice delle comunicazioni elettroniche per imporre, a fabbricanti e importatori, l’obbligo di installare su tutti i nuovi veicoli dispositivi in grado di ricevere sia la radio analogica in FM sia quella digitale terrestre DAB+ -3. Le motivazioni addotte dall’esecutivo erano chiare e plurime: garantire l’accesso universale e gratuito all’informazione, non dipendente da piani tariffari; assicurare la continuità del servizio in caso di emergenze o calamità naturali, quando le reti mobili potrebbero collassare o essere inefficienti; e, non ultimo, tutelare le abitudini dei consumatori e l’industria radiofonica nazionale, che dà lavoro a migliaia di professionisti -3-10.

Tuttavia, questo tentativo di difesa del mezzo radiofonico si è scontrato con un altolà da parte della Commissione europea. L’Unione Europea ha infatti chiesto all’Italia di sospendere il progetto, sollevando dubbi sulla sua compatibilità con il diritto comunitario -3. Secondo Bruxelles, l’obbligo generalizzato di installare ricevitori radio potrebbe violare la libertà di scelta dell’utente, che verrebbe privato della possibilità di acquistare veicoli eventualmente più economici perché sprovvisti di tale componente. Inoltre, si sostiene che il provvedimento rischi di ostacolare la libera circolazione delle merci all’interno del mercato unico, rappresentando una barriera tecnica ingiustificata. La palla torna quindi al ministero, che dovrà ora fornire motivazioni più solide o riformulare la norma entro il prossimo aprile per evitare una procedura di infrazione, in un clima di crescente incertezza sul futuro di un dispositivo che per oltre un secolo ha accompagnato la vita degli automobilisti -3-7.

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