Mediaset risponde a Corona: “Libertà di espressione non è libertà di diffamare”
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Un comunicato durissimo, che arriva a poche ore dalla pubblicazione sul web dell’ultima puntata di un format noto per le sue accuse, ha ristabilito con fermezza i confini tra diritto di critica e offesa sistematica. Mediaset, senza mai menzionare esplicitamente Fabrizio Corona, ha replicato alle ultime uscite mediatiche definendole un metodo che nulla condivide con la deontologia giornalistica. “La libertà di espressione non è, e non sarà mai, libertà di diffamazione, di gogna mediatica o di sistematica distruzione delle persone”, si legge nella nota che marca una linea netta, quasi un solco invalicabile, rispetto a quanto diffuso online. Una presa di posizione che, inevitabilmente, rilancia il dibattito sulle responsabilità di chi opera nell’infosfera, dove i contenuti si propagano con una rapidità che spesso precede qualsiasi verifica.
Il contesto giudiziario e la reazione aziendale
La mossa del gruppo televisivo non nasce in un vuoto normativo, bensì segue di poco un provvedimento cautelare emesso dal tribunale di Milano, il quale ha bloccato la diffusione di ulteriori contenuti ritenuti diffamatori nei confronti di Alfonso Signorini. Quel provvedimento, che rappresenta un’applicazione giudiziaria di princìpi di tutela della persona, costituisce il fondamento sul quale Mediaset ha costruito la sua risposta pubblica. La società, nel suo testo, ha sottolineato come quanto circolato nelle ultime ore “non solo non ha nulla a che vedere con la verità ma nemmeno con il giornalismo, con il diritto di cronaca o con la libera manifestazione del pensiero”. Si tratta di una distinzione cruciale, che separa il lavoro di inchiesta legittimo, pur se aspro, da una campagna basata su quello che l’azienda definisce un repertorio di “falsità gravissime, insinuazioni e accuse prive di qualunque fondamento”.
Il metodo denunciato e il caso specifico
L’episodio specifico che ha innescato la reazione riguarda una puntata del programma *Falsissimo*, intitolata *Il prezzo del successo* e diffusa attraverso piattaforme digitali. Mediaset, pur evitando di citare direttamente l’autore, descrive un modus operandi che ritiene lesivo e pericoloso, una dinamica che supera il singolo fatto per configurarsi come un fenomeno ripetuto. La nota aziendale, del resto, parla esplicitamente di “campagne d’odio” rivolte contro conduttori, personaggi pubblici e vertici aziendali, delineando un clima percepito come tossico e persecutorio. Alcuni di essi, come il già citato Signorini, hanno già trovato protezione nelle aule di tribunale, fatto che conferisce un’oggettiva consistenza giuridica alle preoccupazioni espresse dal gruppo mediatico.
Le implicazioni per il dibattito pubblico
La questione, dunque, travalica la disputa personale per investire temi di più ampio respiro: i limiti della satira e della critica, la potenziale strumentalizzazione degli spazi digitali e la differenza sostanziale tra un’opinione, per quanto forte, e un’affermazione lesiva dell’onore. Mediaset, con la sua presa di posizione ufficiale, ha scelto di opporre a quello che ritiene un attacco una difesa fondata sulla legge e su una precisa visione etica della comunicazione. Ha fatto appello, in sostanza, a un principio di responsabilità che dovrebbe guidare chiunque disponga di un megafono, soprattutto quando le dichiarazioni rischiano di incidere profondamente sulla vita degli individui coinvolti. La vicenda rimette al centro, insomma, il delicato equilibrio tra il diritto di informare e criticare e il dovere di non ledere, un equilibrio che la giurisprudenza è chiamata a vigilare caso per caso.




