Iran, la libertà degli altri è la libertà di tutti
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Esteri
-
La repressione del regime iraniano, che – nel tentativo di soffocare l'ennesima ondata di proteste – si avvarrebbe, secondo diverse segnalazioni, di miliziani stranieri di Hamas, Hezbollah e dei talebani afghani, pone interrogativi che travalicano i confini nazionali. Quei gruppi, ai quali troppo spesso è stata applicata, per calcolo politico o falsa realpolitik, l'etichetta del "non vanno toccati", sono oggi accusati di partecipare attivamente alla soppressione della rivolta, un fatto che trasforma quell'atteggiamento di distacco in una forma di complicità indiretta con chi commette massacri. La brutalità degli interventi, con mitra puntati sulla folla e episodi di violenza inaudita, segna una fase nuova e ancora più cupa nella lunga storia di resistenza di una parte della società, specialmente femminile e curda, contro la teocrazia khomeinista.
Il silenzio imbarazzante di una leader
In questo contesto, appare stridente il silenzio mantenuto dalla segretaria del Partito Democratico, Elly Schlein, almeno fino al momento in cui si scrive. Un silenzio che colpisce, soprattutto se confrontato con la sua visibile partecipazione alle manifestazioni di solidarietà per le donne iraniane nell'ottobre del 2022, quando – non da segretaria, ma da figura politica in ascesa – scendeva in piazza proprio per quella libertà che oggi sembra dimenticata. La domanda su cosa sia cambiato da allora rimane sospesa, senza una risposta che vada oltre le mere ipotesi, in un panorama politico dove le coerenze sembrano spesso essere la prima vittima della contingenza.
La critica di Fassino e il timore di Trump
A muovere una critica esplicita alla posizione europea e della sinistra è stato l'ex ministro Piero Fassino, il quale ha parlato senza mezzi termini di "eccessiva prudenza" e di una "timidezza" nell'esprimere sostegno alla lotta degli iraniani. Secondo la sua analisi, tale cautela proverrebbe da un timore di fondo: la preoccupazione che un supporto troppo deciso alle proteste possa, in qualche modo, avallare o giustificare un potenziale intervento del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, nella regione. Un calcolo geopolitico che, però, rischia di sacrificare la solidarietà umana e politica a un principio di realismo che suona come un alibi per l'immobilismo.
La banalizzazione dell'insulto politico
Il dibattito, come spesso accade, scivola rapidamente nella degenerazione degli insulti e delle etichette facili. Se la definizione di "fascisti rossi" per descrivere certi atteggiamenti contraddittori della sinistra possa essere azzeccata o meno, è indubbio che, oggi come non mai, l'epiteto di "fascista" venga ormai dispensato con troppa leggerezza, svuotandolo di significato storico e usandolo come clava contro chiunque la pensi diversamente. È un fenomeno che non risparmia nessuno, come dimostra l'episodio, ricordato da alcuni, in cui fu tacciato di fascismo perfino un ex segretario della Cgil, per aver semplicemente cercato di disciplinare, nell'ambito della legalità, alcuni eccessi della vita notturna bolognese.
La questione iraniana, dunque, agisce come un rivelatore non solo delle dinamiche repressive del regime, ma anche delle ambiguità, delle paure e delle contraddizioni che attraversano il mondo politico occidentale, in particolare quello progressista. Mentre le strade di Teheran vedono scorrere altro sangue, il dibattito pubblico si frammenta tra silenzi inspiegabili, calcoli geopolitici dettati dalla paura e una retorica tossica che, banalizzando gli insulti, finisce per offuscare la gravità dei fatti e la purezza di una richiesta di libertà che dovrebbe essere universale e incondizionata.




