Eurovision 2026, la protesta silenziosa di Gabriele Corsi e gli interventi della polizia durante l’esibizione di Israele
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Non è un caso che l’Eurovision Song Contest, arrivato quest’anno alla sua settantesima edizione, venga spesso descritto come l’evento piú politico del mondo nonostante le sue apparenze patinate di kitsch e luci al neon. La prima semifinale tenutasi ieri sera, 12 maggio, alla Wiener Stadthalle di Vienna ha confermato ancora una volta – se mai ce ne fosse stato bisogno – che la musica, in Europa, non basta mai a mettere a tacere la cronaca. Sul palco, il rappresentante israeliano Noam Bettan ha presentato il brano “Michelle”, passando senza intoppi il turno e guadagnandosi un posto nella finale del 16 maggio; fuori e dentro l’arena, però, il clima era decisamente incandescente, segnato da contestazioni, interventi delle forze dell’ordine e da un episodio che riguarda da vicino la conduzione italiana.
Il silenzio di Gabriele Corsi e l’ombra della censura
A catalizzare l’attenzione del pubblico italiano, oltre ai fischi e ai cori contestatari che arrivavano dalla platea, c’è stato un gesto, per l’appunto, di non-gesto. Gabriele Corsi, che conduce la manifestazione affiancato da Elettra Lamborghini, ha scelto di non commentare in diretta le proteste udibili durante l’esibizione di Bettan. Un silenzio assordante che molti telespettatori hanno subito interpretato come una forma di protesta silenziosa da parte del conduttore, sebbene fonti vicine all’organizzazione speculino piuttosto su una precisa direttiva della produzione per evitare di alimentare ulteriori polemiche in diretta. Quel che è certo è che, mentre dalle casse usciva la base di “Michelle”, dal pubblico si levavano nitidi i cori “stop, stop the genocide!”, grida che la regia internazionale non ha potuto completamente isolare e che sono finite sui video virali di YouTube e X. L’Unione europea di radiodiffusione (EBU) ha poi provveduto a censurare la versione caricata successivamente online della performance, rimuovendo l’audio della contestazione, ma la versione integrale della serata – reperibile in alcuni archivi – testimonia la tensione del momento. Non si hanno dichiarazioni ufficiali di Corsi in merito a questa scelta di non intervenire, né l’EBU ha commentato specificamente la posizione del conduttore italiano.
Interventi della sicurezza e il video del manifestante a torso nudo
Le forze di sicurezza austriache, schierate in massa per l’occasione, sono intervenute prontamente per riportare l’ordine nel parterre. Un video diventato rapidamente virale mostra un attivista pro-palestinese bloccato e accompagnato fuori dallo stadio al termine della performance: l’uomo era a torso nudo e aveva una scritta sulla schiena che recitava “Free Palestina”. Secondo una nota rilasciata congiuntamente dall’EBU e dall’emittente austriaca ORF, quattro persone sono state espulse dalla struttura per “comportamento disruptivo” e per aver infastidito il resto del pubblico, una motivazione che ha scatenato immediatamente l’accusa di censura da parte delle organizzazioni vicine alla causa palestinese. L’ORF aveva peraltro dichiarato nei giorni precedenti che non avrebbe utilizzato “applausi artificiali” per coprire eventuali dissensi e che non avrebbe proibito l’esposizione delle bandiere palestinesi, mantenendo formalmente un approccio neutrale; la realtà dei fatti, ieri sera, ha dimostrato che la tolleranza verso i manifestanti si fermava davanti al primo rialzo della voce.
La piazza e le marce annunciate: il boicottaggio che non ferma Israele
La tensione, va detto, non si è consumata solo dentro l’arena. Fuori, a Vienna, centinaia di manifestanti pro-palestinesi si sono radunati per contestare quella che definiscono una “ipocrita festa di pace” che include un paese accusato di condurre un’offensiva militare devastante nella Striscia di Gaza in risposta agli attacchi del 7 ottobre 2023. I dati ufficiali citati dagli stessi dimostranti parlano di oltre 72.000 vittime palestinesi nei territori, per lo piú civili, un computo che proviene dai rapporti delle Nazioni Unite e che ha portato sul terreno del boicottaggio cinque emittenti pubbliche europee – Spagna, Irlanda, Paesi Bassi, Slovenia e Islanda – le quali hanno preferito ritirarsi piuttosto che condividere il palco con la delegazione israeliana. Nonostante la defezione di questi broadcaster, che ha reso l’edizione 2026 una delle piú povere di partecipanti degli ultimi due decenni, Israele ha strappato il pass per la finale senza particolari difficoltà di voto. Le proteste di piazza, tuttavia, sono solo all’inizio: una “Marcia di solidarietà con la Palestina” è già stata annunciata per il 15 maggio, alla vigilia della finale, e si prevede che la mobilitazione possa crescere nei prossimi giorni.
L’inchiesta del New York Times e le accuse di soft power
In questo clima di scontro frontale, che ormai da tre anni si ripete puntuale ogni primavera, spicca un’inchiesta pubblicata nelle scorse ore dal New York Times che ha aggiunto benzina sul fuoco. Il quotidiano americano ha ricostruito una presunta attività propagandistica israeliana volta a influenzare i risultati del concorso, rivelando documenti finanziari che dimostrerebbero come l’ufficio governativo dell’“hasbara” (propaganda) abbia speso somme considerevoli per trasformare l’Eurovision in uno strumento di soft power. Si parla di diplomatici che hanno contattato i broadcaster europei per assicurarsi voti e di campagne di marketing coordinate per ripulire l’immagine internazionale del paese. L’attuale rappresentante Noam Bettan era già stato diffidato poche ore prima della semifinale per aver pubblicato video in cui chiedeva il voto multiplo degli spettatori, una violazione del nuovo codice di condotta introdotto proprio per arginare queste pratiche. L’EBU, da parte sua, si è limitata a ribadire il principio di apoliticità della manifestazione, una posizione che appare sempre piú difficile da sostenere mentre la polizia austriaca si prepara a gestire quella che i media locali definiscono la sfida di sicurezza piú complessa dalla pandemia in poi.




