La protesta silenziosa degli studenti: "La maturità non ci rappresenta"

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Mariasole Tomassini, diciannovenne di Piobbico, nelle Marche, ha scelto di non presentarsi all’orale dell’esame di Stato, concludendo il suo percorso al liceo artistico Scuola del libro di Urbino con un voto di 66 su 100. "Mi hanno penalizzata", spiega, riferendosi non solo al sette in condotta – "un modo per zittirmi, visto che non ho mai taciuto le mie opinioni" – ma anche ai risultati degli scritti, che a suo dire non riflettono il lavoro degli anni precedenti. La sua non è una decisione isolata: almeno altri tre maturandi, tra Veneto e Marche, hanno fatto lo stesso, denunciando un sistema che, secondo loro, trasforma l’apprendimento in un mero punteggio.

La questione sollevata da questi ragazzi tocca un nervo scoperto: il rapporto tra valutazione e percorso formativo. "Se il voto finale ignora gli sforzi fatti in cinque anni, a cosa serve l’esame?", si chiedono. Le loro proteste riecheggiano quelle avanzate durante la pandemia, quando i collettivi studenteschi chiedevano una scuola più inclusiva, meno legata alla lezione frontale e attenta alle differenze individuali. Tra le richieste, allora come oggi, c’era anche una revisione del metodo di valutazione, spesso percepito come un giudizio sommario più che come uno strumento di crescita.

Quello della condotta, in particolare, è un tema spinoso. Per alcuni docenti, il comportamento rientra nel merito educativo; per molti studenti, invece, diventa un’arma per mortificare chi dissente. "Ho sempre avuto una media alta, ma l’ultimo anno è stato diverso", racconta Mariasole, lasciando intendere che il voto basso sia una risposta alle sue posizioni critiche. Senza prove scritte a sostegno, però, resta difficile stabilire se si tratti di un’interpretazione soggettiva o di un effettivo atteggiamento punitivo.

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