La famiglia nel bosco, costo di 244 euro al giorno e la maestra volontaria per i bambini
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Redazione Interno
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Oltre diecimila euro sono già stati spesi, a carico dell’ente pubblico, per il mantenimento dei tre figli di Catherine Birmingham e Nathan Trevallion, la coppia anglo-australiana nota per la scelta di vivere in una baita nei boschi. Una somma che, suddivisa in un costo giornaliero di 244 euro, grava sulle casse dello Stato da quel 20 novembre in cui i minori, su disposizione dell’autorità giudiziaria, furono allontanati dai genitori e collocati in una struttura protetta a Vasto, in provincia di Chieti. Una misura adottata, stando alle indicazioni fornite, non per acclarati episodi di violenza o di trascuratezza ma per una valutazione – sulla quale si attende il pronunciamento dei periti fissato per il 23 gennaio – circa le condizioni di vita ritenute non idonee. I bambini, che non manifestavano segni evidenti di disagio fisico o psicologico, si sono così ritrovati catapultati in una realtà completamente nuova, lontani dalla loro casa isolata, mentre per i genitori si è aperto un iter burocratico e giudiziario il cui esito è tutto da scrivere.
Il primo giorno di scuola nella casa famiglia
La routine, almeno per i più piccoli, ha iniziato a cambiare forma martedì 13 gennaio, con il suono di una prima campanella silenziosa. Ad accoglierli, in un salone della struttura che li ospita, hanno trovato Lidia Camilla Vallarolo, un’insegnante in pensione di 66 anni, torinese di origine ma vastese d’adozione da quando ne aveva dodici. A lei, che dopo il ritiro dall’attività aveva comunque maturato esperienza in progetti di volontariato presso la scuola primaria Spataro, la dirigente Eufrasia Fonzo ha chiesto di farsi carico dell’istruzione dei tre bambini. Un incarico speciale, che l’ha riportata agli orari consueti: alle otto del mattino ha varcato il cancello della casa famiglia, pronta a iniziare un percorso didattico del tutto sui generis, lontano dai banchi di una classe tradizionale.
La lezione della maestra Lidia e la presenza dei genitori
“Cominciamo dalle letterine”, ha detto la maestra Lidia, descrivendo un approccio graduale e rassicurante verso la bambina di otto anni e i due gemellini di sei. Quel che ha subito notato, e che ha raccontato, è stata la loro capacità di comprendere la lingua italiana, sebbene con una naturale propensione a esprimersi in inglese tra loro. Elemento non secondario della prima lezione è stata la presenza di mamma Catherine, alla quale è stato consentito di assistere, un dettaglio che introduce una parvenza di normalità in una vicenda segnata da provvedimenti coercitivi. La maestra, con la calma di chi ha dedicato una vita all’insegnamento, ha impostato il lavoro su un ritmo soft, consapevole che per quei bambini l’apprendimento delle nozioni scolastiche è solo una parte, forse non la più complessa, dell’adattamento a una situazione imposta.
L’onere economico e il percorso giudiziario in atto
Sullo sfondo della vicenda umana e didattica, prosegue intanto il conto molto concreto dei costi sostenuti dalla collettività, un fardello economico che si aggiorna quotidianamente mentre la macchina della giustizia procede nel suo corso. L’attesa è ora rivolta alla perizia psicologica sui genitori, il cui esito contribuirà a delineare il futuro dell’intera famiglia. Nel frattempo, la scelta di affidare l’istruzione dei bambini a una volontaria in pensione sembra indicare, da parte delle istituzioni coinvolte, un tentativo di temperare le asperità di un provvedimento così invasivo con gesti di umanità e di attenzione individuale, cercando di ricostruire un quadro di serenità minimo per i minori, il cui mondo è stato radicalmente modificato da una decisione presa al di fuori della loro volontà.




