Bari, la disperata corsa contro il tempo per il bimbo precipitato dal settimo piano
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Redazione Interno
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Sono trascorse poche ore dalla sirena che ha squarciato il silenzio del quartiere San Paolo, a Bari, e già il racconto di quella serata si intreccia inevitabilmente con la cronaca di un dolore che, per sua natura, non cerca comprensione ma solo risposte. Un bambino di sette anni, la cui età esatta oscilla ancora tra i sei e gli otto anni secondo le prime frammentarie comunicazioni delle fonti di soccorso, giace nella shock room del Policlinico di Bari. Lui, arrivato in arresto cardiaco dopo il volo dal balcone di una palazzina di via Leotta, è stato subito intubato; i sanitari del 118, che lo hanno stabilizzato sul posto, non hanno potuto fare altro che accelerare la corsa verso il nosocomio, consapevoli di trasportare un piccolo e fragile strappato alla gravità per un istante che adesso sembra non finire mai.
La dinamica ancora avvolta nel giallo e la fragilità del piccolo
Se il quadro clinico è drammatico nella sua evidenza – il codice rosso non ammette mezze misure – la dinamica di quanto accaduto è ancora un rebus che i carabinieri, intervenuti immediatamente sul posto, stanno cercando di ricomporre. Il bambino, e questo è un dato acclarato su cui tutte le fonti concordano, era affetto da disturbi dello spettro autistico; una condizione, questa, che lo rendeva particolarmente vulnerabile e probabilmente incapace di percepire il pericolo rappresentato da quel vuoto che si apriva oltre la ringhiera. Secondo una delle ipotesi investigative, quella che al momento sembra la più accreditata tra gli inquirenti, il piccolo potrebbe essere sfuggito al controllo degli adulti presenti in casa per un tempo sufficientemente lungo da permettergli di arrampicarsi o sporgersi, senza che nessuno potesse afferrarlo o trattenerlo.
Il contesto familiare e le indagini dei carabinieri
L’abitazione da cui è precipitato, situata al settimo piano di una palazzina popolare, è la stessa in cui il bimbo viveva insieme alla madre. Una circostanza, questa, che emerge dalle prime verifiche degli investigatori, i quali hanno anche accertato la posizione detentiva del padre, attualmente rinchiuso in carcere. La presenza di questa complessa situazione familiare non costituisce di per sé una causa dell’incidente, ma rappresenta certamente uno degli aspetti che gli inquirenti stanno valutando per ricostruire l’esatta conformazione degli spazi domestici e le abitudini del nucleo famigliare. I militari stanno acquisendo le testimonianze dei vicini – alcuni dei quali potrebbero aver visto il precipitare o sentito rumori sospetti – oltre ovviamente a quelle della madre, che al momento risulta distrutta dall’accaduto e assistita dai sanitari dell’ospedale.
La lotta in shock room e lo scenario giudiziario
Mentre i medici del Policlinico si alternano nella shock room, dove il bambino è stato trasferito per tentare quella rianimazione che al suo arrivo sembrava già compromessa, fuori da quelle mura si apre il capitolo, inevitabile, della verifica delle responsabilità. La magistratura, al momento, non ha ancora ipotizzato alcun reato specifico a carico della madre o di eventuali altre presenze in casa; l’indagine dei carabinieri, che è solo all’inizio, si concentra principalmente sulla verifica oggettiva della sicurezza del balcone (altezza delle ringhiere, presenza di arredi che potessero facilitare la scalata) e sulla ricostruzione minuto per minuto delle fasi immediatamente antecedenti la caduta. In questi casi, e la cronaca giudiziaria di Bari lo ha insegnato anche in altre tragiche evenienze, la linea di confine tra l’incidente domestico, che non produce conseguenze penali, e l’eventuale reato di omesso controllo è sottile e dolorosa da tracciare. Per ora, il destino di quel bambino resta sospeso tra la scienza medica che cerca di tenerlo aggrappato alla vita e il silenzio delle indagini che cercano solo la verità dei fatti.




