Nobel per la Chimica a Yaghi, Robson e Kitagawa, tra innovazione e riflessioni

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Il prestigioso riconoscimento è stato assegnato a tre scienziati le cui ricerche, distinte ma convergenti, hanno dischiuso nuovi orizzonti nella scienza dei materiali, un campo che, pur nella sua complessità, promette applicazioni concrete per alcune delle sfide più pressanti del nostro tempo. Le loro scoperte, che riguardano la progettazione e la sintesi di materiali porosi, hanno gettato le basi per tecnologie rivoluzionarie, capaci di operare su scale infinitesimali con un impatto potenzialmente globale. La Reale Accademia Svedese delle Scienze, nel conferire il premio, ha voluto sottolineare il carattere pionieristico del loro lavoro, il quale, superando i confini tradizionali della disciplina, ha creato una nuova chimica, definita da alcuni "chimica reticolare".

Le reazioni dei premiati e un percorso personale

Richard Robson, l'ottantottenne chimico di origini britanniche trasferitosi in Australia ormai da decenni, ha accolto la notizia con una placida, quasi filosofica, compostezza. "Pensavo che sarebbe stato molto, molto meglio trent'anni fa, quando ero in grado di apprezzarlo", ha confidato, aggiungendo come la reazione emotiva a simili traguardi si modifichi inevitabilmente con il passare del tempo. La sua dichiarazione, lontana da qualsiasi trionfalismo, tratteggia il ritratto di un ricercatore per il quale la gratificazione intellettuale ha probabilmente preceduto e superato, per intensità, ogni successivo riconoscimento formale, per quanto altissimo.

Dalla ricerca teorica alle applicazioni pratiche

Ben diversa, sebbene ugualmente profonda, è la risonanza del lavoro di Omar Yaghi, il cui nome era già circolato per una ricerca straordinaria che, più di un anno fa, aveva catturato l'attenzione degli addetti ai lavori. Quel progetto, allora una scoperta promettente, si è oggi rivelato una pietra miliare: si tratta di un materiale innovativo, capace di estrarre acqua potabile direttamente dall'aria del deserto senza alcun consumo di energia elettrica. Una tecnologia che, nata nei laboratori dell'Università di Berkeley, potrebbe alleviare la carenza idrica in molte regioni aride del pianeta, trasformando un'idea visionaria in una soluzione tangibile.

Una collaborazione che valica i confini

L'eco del Nobel ha varcato i confini svedesi e statunitensi, generando un'onda di soddisfazione anche in Italia, in particolare all'Università di Camerino. Qui, infatti, Yaghi intrattiene da un decennio una solida e fruttuosa collaborazione scientifica con l'ateneo, dove è conosciuto e stimato sin dal 2015. Il suo legame con Unicam testimonia la natura internazionale e collaborativa della scienza moderna, un ecosistema in cui le competenze si fondono al di là delle distanze geografiche. Il suo lavoro, che lo colloca tra i massimi esperti al mondo nel campo dei Materiali a Struttura Metal-Organica, trova così un ulteriore, significativo, punto di riferimento nel contesto accademico italiano.

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