Nobel per la Chimica a Yaghi, Kitagawa e Robson, che commenta: "L'avrei apprezzato di più trent'anni fa"

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   L'Accademia reale svedese delle scienze ha assegnato il Premio Nobel per la Chimica a Omar M. Yaghi, Susumu Kitagawa e Richard Robson, pionieri di una nuova architettura molecolare i cui sviluppi, come hanno sottolineato i giurati, spaziano dalla raccolta di acqua nell'aria del deserto alla cattura dell'anidride carbonica. Le loro ricerche, che si concentrano sui Materiali a Struttura Metal-Organica (Mof), hanno tracciato una frontiera inedita nella progettazione di composti porosi, aprendo a applicazioni che toccano da vicino alcune delle sfide ambientali più pressanti del nostro tempo, dall'immagazzinamento dell'idrogeno alla depurazione delle acque.

La reazione pacata di un pioniere

Richard Robson, il chimico ottantottenne di origini britanniche trasferitosi a Melbourne nel 1966, ha accolto la notizia con un distacco che sa di saggezza. "Pensavo che sarebbe stato molto, molto meglio trent'anni fa, quando ero in grado di apprezzarlo", ha confessato, rivelando come la prospettiva emotiva dinanzi a un simile riconoscimento si modifichi con il passare del tempo. "Sapete, la vostra reazione emotiva a cose come questa cambia con il passare degli anni. Quindi l'ho presa con notevole calma, credo", ha aggiunto, offrendo una riflessione personale sulla natura del successo scientifico e sul suo valore, che muta nelle diverse stagioni della vita.

Un percorso da Gaza alla vetta della scienza

Il percorso di Omar M. Yaghi, da Gaza al prestigioso riconoscimento di Stoccolma attraverso un fondamentale periodo di ricerca negli Stati Uniti, dove oggi insegna all'Università della California, Berkeley, incarna una di quelle storie in cui la scienza si afferma come "la più grande forza di uguaglianza al mondo". È lo stesso accademico palestinese a esordire con queste parole, celebrando un merito che premia "persone intelligenti, talentuose e capaci" a prescindere dalle loro origini. La sua collaborazione decennale con l'Università di Camerino, attiva sin dal 2015, testimonia un impegno che travalica i confini, generando un'onda di soddisfazione anche nel contesto accademico italiano, dove il suo lavoro è da tempo noto e valorizzato.

Le potenzialità di un'architettura rivoluzionaria

Il cuore del premio risiede nelle potenzialità straordinarie dei materiali sviluppati dai tre scienziati, i quali hanno saputo costruire strutture reticolari in grado di catturare molecole specifiche con un'efficacia senza precedenti. Questa capacità di progettare, a livello atomico, reti cristalline con porosità definite permette di intrappolare gas come l'idrogeno per applicazioni energetiche o di sequestrare anidride carbonica, contribuendo alla lotta contro il cambiamento climatico. Alcuni di essi, inoltre, si rivelano fondamentali per estrarre inquinanti dall'acqua, mentre altri possono assorbire umidità direttamente dall'atmosfera anche in ambienti aridi, un'innovazione che promette di rivoluzionare la gestione delle risorse idriche in regioni particolarmente vulnerabili.

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