Il rinvio del trilaterale e la lunga telefonata tra Putin e Trump: come la crisi iraniana sta ridefinendo gli equilibri della guerra in Ucraina

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Il decimo giorno di operazioni militari in Iran ha prodotto un effetto domino che, partendo dallo Stretto di Hormuz, ha raggiunto i corridoi del Cremlino e della Casa Bianca, riorganizzando le priorità della diplomazia globale e mettendo temporaneamente in secondo piano il conflitto ucraino. Se lo scontro tra Mosca e Kiev si trasferisce in Medio Oriente, lo si capisce dal rinvio, richiesto dagli Stati Uniti, dell'incontro trilaterale che avrebbe dovuto coinvolgere le delegazioni di Ucraina, Russia e America, un rinvio che il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha confermato senza però fornire né una nuova data né una sede alternativa. Volodymyr Zelensky, nel dare notizia dello slittamento, ha sottolineato come i partner americani abbiano concentrato tutte le loro attenzioni sulla situazione intorno all'Iran, lasciando Kyiv in una posizione di attesa, pronta a tornare al tavolo negoziale in qualsiasi momento, ma consapevole che il baricentro della politica estera di Donald Trump si è spostato verso sud.

Una telefonata di un'ora e il nuovo asse della mediazione

In questo clima di incertezza, lunedì 9 marzo i telefoni del Cremlino e della Casa Bianca hanno squillato all'unisono: una conversazione di oltre un'ora tra Vladimir Putin e Donald Trump ha ridefinito i termini del dialogo, incrociando inevitabilmente i due teatri di crisi. Yuri Ushakov, assistente del presidente russo, ha definito il colloquio "professionale, franco e costruttivo", rivelando che i due leader non si sentivano dalla fine di dicembre del 2025. L'oggetto principale della discussione è stato il conflitto in Medio Oriente, con Putin che ha esposto una serie di considerazioni volte a una rapida soluzione politico-diplomatica della crisi iraniana, forti dei contatti recenti con i leader del Golfo e con lo stesso presidente iraniano. Trump, dal canto suo, ha ribadito l'interesse a porre fine al conflitto in Ucraina, auspicando un cessate il fuoco che apra la strada a una soluzione duratura. Ma è il passaggio successivo, riportato da Ushakov, a rivelare la strategia del Cremlino: "il successo dell'avanzata delle truppe russe lungo la linea di contatto dovrebbe incoraggiare Kiev a intraprendere finalmente la via di una soluzione negoziata del conflitto".

Petrolio, sanzioni e la nuova partita energetica

L'elemento cruciale che lega a doppio filo i due conflitti è l'energia. Con lo Stretto di Hormuz, attraverso cui transita circa il 20% del petrolio mondiale, reso impraticabile dalle ostilità, il prezzo del greggio ha subito un'impennata vertiginosa, arrivando a toccare picchi che non si vedevano da mesi. In questo quadro, l'amministrazione Trump ha compiuto una mossa che rischia di ridefinire l'efficacia delle sanzioni contro Mosca: il Segretario al Tesoro Scott Bessent ha annunciato la possibilità di "de-sanzionare" altro petrolio russo, dopo aver già concesso una deroga temporanea all'India per l'acquisto di greggio che era rimasto bloccato in mare a causa delle restrizioni. Una misura giustificata dall'esigenza di "creare offerta" e calmierare i prezzi, ma che di fatto toglie una delle leve più potenti nelle mani dell'Occidente per costringere il Cremlino a una pace giusta. L'alleggerimento delle sanzioni, seppur presentato come emergenziale e limitato alle forniture già in transito, rappresenta un ossigeno finanziario per le casse di Mosca, che vede così rafforzata la propria capacità di proseguire lo sforzo bellico in Donbass.

La controffensiva ucraina e i bombardamenti nel Donbass

Mentre la diplomazia si riorganizza, sul terreno la guerra non conosce soste. Le forze di Kyiv hanno rivendicato successi tattici nella regione industriale di Dnipropetrovsk, dove una controffensiva avrebbe respinto le truppe russe riconquistando oltre 400 chilometri quadrati di territorio. Un segnale che, secondo l'Istituto per lo Studio della Guerra (ISW), potrebbe scompaginare i piani offensivi russi per la primavera-estate del 2026. Dall'altra parte, Vladimir Putin ha incontrato il leader filorusso del Donbass, Denis Pushilin, per ribadire che le forze di Mosca continuano ad avanzare e che ora il controllo ucraino sull'area si è ridotto a circa il 15-17%, percentuale in calo rispetto al 25% di sei mesi fa. Dichiarazioni contrapposte che dipingono un quadro fluido e di difficile verifica, ma che confermano come nessuna delle due parti sia disposta a cedere terreno prima di un eventuale cessate il fuoco. Parallelamente, l'aviazione russa ha colpito il centro di Sloviansk con tre potenti bombe plananti, causando vittime tra la popolazione civile, mentre la difesa aerea ucraina ha abbattuto 122 droni su 137 lanciati durante la notte.

L'intelligence russa a Teheran e le ambizioni di mediazione

A complicare ulteriormente uno scenario già di per sé intricato, emergono ombre inquietanti sul ruolo di Mosca nel conflitto mediorientale. Secondo fonti attendibili, tra cui un alto funzionario statunitense citato da CBS News, la Russia starebbe fornendo all'Iran informazioni di intelligence sulle posizioni militari americane nella regione, un'accusa che il Segretario alla Difesa Pete Hegseth ha liquidato con fermezza, affermando che sono gli Stati Uniti a mettere in difficoltà gli avversari, e non viceversa. Un comportamento, quello di Putin, che oscilla tra la volontà di porsi come mediatore – dimostrata dalle numerose telefonate con i leader del Golfo – e un sostegno fattuale a Teheran, volto a logorare le capacità americane e distrarre l'attenzione dall'Ucraina. Il Cremlino scommette su un conflitto lungo in Medio Oriente, capace di drenare risorse occidentali, far salire il prezzo del petrolio e alleggerire la pressione militare su di sé, confidando che i successi sul campo in Donbass possano infine convincere Kyiv ad accettare un accordo dettato dalle armi.

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