Il petrolio torna a dettare l’agenda mondiale, e stavolta l’Europa e l’Asia tremano mentre gli Stati Uniti guardano da lontano

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Se ci si fermasse un attimo a osservare il panorama globale di questo marzo 2026 – con l’occhio di chi spera ancora in una placida tazza di tè in giardino, lontano dal frastuono delle cronache – si rimarrebbe assai delusi. Il mondo, va detto senza giri di parole, si trova in un predicamento spinoso, stretto tra i rigori di un’economia già provata e l’ennesima impennata del prezzo del greggio. È un meccanismo che conosciamo bene: gli shock petroliferi, lo insegna la storia recente, si presentano quasi sempre come messaggeri di sventure economiche. Stavolta, però, il quadro appare più sfumato di quanto non lo fosse in passato, perché mentre l’America osserva da una certa distanza – forte di una produzione interna che ha raggiunto livelli record – l’Europa e l’Asia si trovano molto più esposte. Non è certo il momento dell’inazione, se è vero che la recessione appare ormai quasi inevitabile.

Il paradosso della produzione statunitense

L’aumento del prezzo del petrolio, che ha toccato i massimi degli ultimi quattro anni, viene spesso letto attraverso la lente delle crisi energetiche del Novecento. Eppure, c’è un elemento di discontinuità che merita di essere sottolineato. Gli Stati Uniti, oggi, sono un paese profondamente diverso da quello degli anni Settanta o anche solo da quello della ripresa post-pandemica. Le trivellazioni non aumenteranno in modo significativo, nonostante il rialzo dei prezzi; gli analisti sono concordi nell’escludere quelle enormi impennate della produzione che avevano caratterizzato il decennio scorso. La guerra con l’Iran potrebbe modificare leggermente le prospettive sul fronte dell’offerta – è inevitabile che un conflitto in quella regione generi tensioni – ma non ci si deve aspettare un nuovo boom. La produzione americana, già a livelli record, potrebbe spingersi ancora un po’ più in alto, ma senza quella dinamica esplosiva che in passato avrebbe riequilibrato il mercato.

Lo spettro del 1973 e il peso della storia

A richiamare l’attenzione sulla natura ciclica di queste dinamiche è stato Niall Ferguson, storico dell’economia che non appartiene certo alla schiera dei pessimisti cronici. Eppure, oggi, evoca senza mezzi termini lo shock petrolifero del 1973: quello, per intenderci, che trasformò una crisi regionale – nata da un’azione militare americana a sostegno di Israele – in una recessione globale. La sua lettura è semplice, per quanto inquietante, e si fonda su una regolarità quasi meccanica con cui lo schema sembra ripetersi. Prima un intervento militare, poi l’embargo, poi il prezzo del greggio che schizza verso l’alto e trascina con sé l’economia reale. Che si tratti di fare trading su petrolio per diversificare un portafoglio di criptovalute o di puntare sul greggio per approfittare della sua nota volatilità, la questione oggi è meno tecnica di quanto non appaia: ciò che si sta delineando è un quadro strutturale di fragilità.

Un’esposizione asimmetrica tra le sponde dell’Atlantico

La vera novità, rispetto agli shock del passato, risiede nella distribuzione geografica del rischio. Mentre gli Stati Uniti possono contare su una produzione interna che li rende meno vulnerabili alle oscillazioni del mercato globale, l’Europa e l’Asia si trovano in una posizione di debolezza strutturale. L’impianto industriale europeo, già messo a dura prova negli anni precedenti da rincari energetici difficili da assorbire, si prepara a subire un nuovo contraccolpo. E lo stesso vale per le economie asiatiche, fortemente dipendenti dalle importazioni di greggio. I segnali, spiega ancora Ferguson con il distacco di chi osserva i numeri piuttosto che le emozioni, sono oggi così negativi proprio perché la combinazione tra conflitto militare e rigidità dell’offerta ripropone le condizioni che, mezzo secolo fa, portarono a una recessione globale.

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